Sono tutti nomi grossi, di chi ha contribuito a macchiare le strade italiane degli Anni 70 e 80 del sangue di giudici, membri delle forze dell’ordine, politici e imprenditori con le uccisioni che hanno caratterizzato la stagione degli Anni di Piombo. Tra i sette terroristi di estrema sinistra arrestati in Francia, ai quali se ne aggiungono altri tre attualmente i fuga, troviamo uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, il gruppo che ha tentato di uccidere il vicedirigente della Digos di Roma Nicola Simone o i responsabili del sequestro del giudice Giovanni D’Urso. Brigate Rosse, Pac, Lotta Continua, Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale, Formazioni comuniste combattenti: sono queste le sigle sotto le quali operavano. Azioni che, oggi, potrebbero costare loro l’estradizione in Italia per scontare le pene alle quali sono stati condannati.

GIORGIO PIETROSTEFANI – Uno dei nomi che riporta subito con la mente a quegli anni è certamente quello del 78enne Giorgio Pietrostefani. Fondatore insieme ad Adriano Sofri di Lotta Continua e responsabile del servizio d’ordine del movimento, è uno dei condannati con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi eseguito dai due militanti del movimento, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. A Pietrostefani, dopo una condanna a 22 anni, poi ridotta a 16, rimangono da scontare 14 anni di carcere, visto che è già rimasto in detenzione per due.

ROBERTA CAPPELLI – Altro nome di spicco è quello della 66enne ex brigatista Roberta Cappelli, nome di battaglia “Silvia” e membro di alto rango, insieme al marito Enrico Villimburgo, della colonna romana delle Br, condannata per tre omicidi avvenuti a Roma: quello del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, ucciso l’ultimo dell’anno del 1980, commesso insieme a Marina Petrella, dell’agente di Polizia Michele Granato (9 settembre del 1979) e del vice questore Sebastiano Vinci (19 giugno 1981). A suo carico anche il ferimento di Domenico Gallucci (sempre a Roma il 17 maggio del 1980) e del vice questore Nicola Simone, il 6 gennaio del 1982, di cui sono responsabili anche Giovani Alimonti, Marina Petrella e Maurizio Di Marzio. Cappelli è condannata all’ergastolo con un anno di isolamento diurno per associazione con finalità di terrorismo, concorso in rapina aggravata e concorso in omicidio aggravato.

MARINA PETRELLA – Anche Marina Petrella, nome di battaglia “Virginia”, 67 anni ed ex Br, è responsabile di omicidio: quello del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, insieme a Roberta Cappelli, del sequestro del giudice Giovanni D’Urso, avvenuto a Roma il 12 dicembre del 1980, e dell’assessore regionale della Democrazia Cristiana, Ciro Cirillo, avvenuto a Torre del Grego il 27 aprile del 1981 e nel quale furono uccisi due membri della scorta, dell’attentato al vice questore Nicola Simone, insieme a Cappelli, Alimonti e Di Marzio.

SERGIO TORNAGHI – Il 63enne milanese è anche lui un ex brigatista e tra i reati per i quali è stato condannato all’ergastolo c’è l’omicidio di Renato Briano, direttore generale dell’ex impresa metalmeccanica Ercole Marelli. Tra le accuse anche partecipazione a banda armata, propaganda e apologia sovversiva, attentato con finalità di terrorismo ed eversione, detenzione e porto illegale di armi, violenza privata.

NARCISO MANENTI – La sigla dei Nuclei armati per il contropotere territoriale appare sotto il nome di un altro arrestato, Narciso Manenti. Il 64enne originario di Telgate, in provincia di Bergamo, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Guerrieri, ucciso a Bergamo il 13 marzo del 1979 con cinque colpi di pistola sparati dalla mano dell’estremista. Manenti ha anche una condanna a 2 anni e 6 mesi per ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi e a 3 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata.

GIOVANNI ALIMONTI – Il 66enne ex brigatista è stato condannato, tra le altre cose, per il tentato omicidio, insieme a Cappelli, Petrella e Di Marzio del vice dirigente della Digos di Roma Nicola Simone, avvenuto il 6 gennaio del 1982 e durante il quale lui stesso rimase ferito al braccio destro. È conosciuto anche come la Talpa di Montecitorio, visto che faceva il centralinista alla Camera ed è stato condannato a 22 anni nel processo Moro ter. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso a marzo del 2008: deve scontare 11 anni, 6 mesi e 9 giorni, oltre a 4 anni di libertà vigilata per banda armata, associazione con finalità di terrorismo, concorso in violenza privata aggravata, concorso in falso in atti pubblici.

ENZO CALVITTI – Coetaneo e compagno brigatista di Alimonti è anche Enzo Calvitti, nato a Mafalda, in provincia di Campobasso. Gli rimane da scontare una pena a 18 anni, 7 mesi e 25 giorni e la misura della libertà vigilata per 4 anni per associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo, ricettazione di armi. Calvitti, uno dei capi della colonna romana delle Br, è stato condannato a 21 anni per tentato omicidio di un funzionario di polizia. Sotto di lui, insieme alla moglie Anna Mutini, è nata nel Nord Italia Seconda Posizione, il movimento emerso in seguito alla frattura all’interno delle Brigate Rosse avvenuta dopo l’omicidio Moro.

A questi sette arrestati si aggiungono poi altri tre condannati per reati di sangue legati al terrorismo ma che, al momento, risultano in fuga dalle autorità francesi. Si tratta, anche in questo caso, di nomi importanti del terrorismo rosso degli Anni di Piombo. Come Luigi Bergamin, tra gli ideologi dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), il gruppo armato di Cesare Battisti. Bergamin è stato condannato per due omicidi, tra cui quello del macellaio Lino Sabbadin.

Sempre un ex Br è invece Maurizo Di Marzio: partecipò al tentativo di sequestro del poliziotto Nicola Simone e per lui la prescrizione dovrebbe arrivare il 10 maggio.

Infine, in fuga è anche Raffaele Ventura, condannato insieme ad altri otto per l’omicidio del vice brigadiere Antonino Custra, il 14 maggio del 1977, durante una manifestazione indetta dalla sinistra extraparlamentare.

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