La riforma dei concorsi pubblici toglie ai più giovani e a chi ha meno possibilità economiche la possibilità di provare a mettersi in gioco contro chi ha potuto accumulare più titoli ed esperienza. E rischia di aprire così la strada ai concorsi ‘ad personam’. Migliaia di under 40, appoggiati da parte della politica, protestano contro le norme predisposte dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta per accelerare, data l’emergenza sanitaria in corso, le procedure di selezione. Norme che hanno suscitato polemiche in diversi settori, come quello della scuola. Al centro il decreto legge 44/2021 pubblicato lo scorso 1 aprile in Gazzetta ufficiale che prevede, con l’articolo 10, nuove modalità di reclutamento nella pubblica amministrazione, stabilisce un nuovo protocollo con regole più stringenti e, al tempo stesso, rimuove alcuni vincoli che rendevano impossibile lo svolgimento delle prove. Obiettivo: sbloccare l’iter di oltre 60 concorsi per 125mila posti di lavoro.

LA PROTESTA – Solo che “in spregio ai principi fondamentali della Costituzione”, racconta Antonio Fantauzzo, 29enne laureato in Giurisprudenza, le nuove norme legittimano le pubbliche amministrazioni (sia per i futuri concorsi che per quelli già banditi) a sostituire la prova pre-selettiva con la valutazione dei titoli ed, eventualmente, l’esperienza professionale specifica “il cui possesso sarà necessario per l’ammissione alle fasi successive”. Insomma non è più garantito che tutti abbiano la chance di partecipare e di dimostrare il proprio valore e merito. Antonio, ma anche Valentina, Dario, Luca e altri giovani candidati, hanno scritto in questi giorni a ilfattoquotidiano.it per spiegare il loro punto di vista. Sono membri del ‘Comitato No Riforma Concorsi Pa’, come Davide Lecca, 34 anni, anche lui laureato in Giurisprudenza e autore di una petizione lanciata su Change.org, che ha già raccolto oltre 12mila firme.

LE PREOCCUPAZIONI – Il primo bando emanato con la formula di Brunetta è quello del Concorso Coesione per l’assunzione di 2.800 tecnici specializzati nelle amministrazioni del Mezzogiorno. Con le nuove norme, per chi si è appena laureato o diplomato e non ha ancora frequentato un master, dunque la fascia d’età che arriva fino ai trent’anni, sarà molto difficile (quando non impossibile) raggiungere il punteggio per superare la prova preselettiva e accedere alle fasi del concorso. Da qui la mobilitazione dei candidati. Su Facebook il gruppo del ‘Comitato No Riforma Concorsi P.a.’ ha raggiunto quasi 4mila membri. “Vogliamo tutelare il nostro diritto di partecipare a concorsi equi, trasparenti e non discriminatori, conformemente a quanto disposto dall’articolo 51 della Costituzione” dicono, convinti che selezionare in base al possesso di titoli come master o esperienze pregresse significherebbe “discriminare diplomati, neolaureati, chi si trova in condizioni non agiate o tali da consentire l’acquisizione di costosissimi titoli o chi, vivendo in una realtà sociale meno favorevole, non ha avuto occasione di maturare significative esperienze lavorative”. Secondo il comitato la possibilità di accedere ai concorsi pubblici deve essere garantita a tutti coloro che sono in possesso del titolo di studio richiesto per la posizione bandita. “Saranno le prove concorsuali a scremare la platea dei candidati in base alle capacità e al merito”, aggiungono i ragazzi, sottolineando che “l’emergenza sanitaria non può essere utilizzata in alcun modo per portare avanti procedure inique e discriminatorie, lesive dei diritti costituzionali”, anche perché si tratta di procedure considerate a tutti gli effetti parte di una riforma che mira ad essere strutturale e duratura.

CONTRO IL DECRETO SINISTRA ITALIANA, PD E M5S – Il decreto legge dovrà essere approvato dal Parlamento entro 60 giorni, altrimenti decadrà con effetto retroattivo. Anche la politica è scesa in campo. Il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: “Il Governo non ha alibi, di fronte a questo passo falso faccia subito marcia indietro”, ha detto, annunciando la presentazione di un’interrogazione parlamentare a Montecitorio e a Palazzo Madama, mentre le senatrici di SI presenteranno gli emendamenti necessari a modificare le norme. Secondo la deputata Chiara Gribaudo, responsabile Missione Giovani del Pd, si rischia che “i neolaureati, i più freschi e appassionati, rimangano totalmente esclusi dal processo di rinnovamento della Pubblica Amministrazione”. Preoccupazioni condivise dal capogruppo del M5S in commissione Affari costituzionali della Camera, Vittoria Baldino (“Tutti devono avere le stesse possibilità di mettersi in gioco e di dimostrare le proprie capacità”) e dalle senatrici del movimento in commissione Istruzione al Senato, secondo cui “in un colpo solo il ministro Brunetta ha fatto fuori il principio di uguaglianza e quello di efficienza della Pubblica Amministrazione”. In pratica, la next generation rischia di rimanere fuori dalle 500mila assunzioni previste nei prossimi cinque anni.

LE ANOMALIE – Le senatrici entrano nel merito del bando per i 2800 tecnici al Sud che, dicono, “ha dato contezza della disparità di trattamento che provocheranno le nuove norme: un giovane con una laurea con 110/110 e lode (che viene valutata 0,1 punti) come può competere con una persona che già da anni lavora nella PA a cui il servizio viene valutato, per ogni anno, quanto dieci lauree con lode?”. Per i titoli di studio si potranno assegnare fino a un massimo di 4 punti, per quelli professionali fino a un massimo di 6 punti, ma per “esperienza professionale maturata nella gestione e/o nell’assistenza tecnica di programmi o progetti finanziati da fondi europei e nazionali afferenti la politica di coesione che sia comprovabile, in fase di verifica dei titoli, a mezzo di contratti di lavoro o incarichi professionali stipulati con pubbliche amministrazioni o con enti privati”. In pratica un’esperienza molto specifica, che non considera l’esperienza di lavoro pregresso nelle pubbliche amministrazioni, magari anche ad alto livello, mentre si valorizzano anche i contratti con enti privati. Tutti aspetti che destano perplessità nei candidati: due o tre lauree, master, lavori pregressi per enti pubblici (non specificamente rientranti nella materia di questo concorso) possono valere meno di una laurea breve e di pochi anni di lavoro ‘specifico’ presso enti pubblici e privati.

LE PROMESSE DISATTESE DEI GIOVANI – “Con l’insediamento del nuovo governo era stato auspicato l’ingresso di giovani preparati e motivati nel settore pubblico, al fine di svecchiarne il personale (tra i più anziani d’Europa), ma le premesse sono state disattese. Ciò che adesso si ricerca è il giovane con esperienza, un perfetto ossimoro”, commenta Antonio Fantauzzo. Che specifica: “Attenzione, non siamo contro i titoli, ma chiediamo soltanto che questi siano valutati solo al termine delle classiche prove concorsuali (preselettiva, scritta e orale) e non ex ante”. D’altronde solo pochi giorni fa, alla Camera dei deputati, Carlo Mochi Sismondi (Fpa), Fabrizio Barca (Forum Disuguaglianze e Diversità), Alessandro Fusacchia e Denise Di Dio (Movimenta) hanno presentato i dati de “Il fattore umano”, vademecum per “assumere presto e bene” nelle pubbliche amministrazioni. La fotografia scattata dice che dal 2008 al 2018 la macchina dello Stato ha perso 260mila impiegati a tempo pieno e almeno altri 150mila negli ultimi due anni e che mentre l’età media in tutta l’amministrazione pubblica supera i 50 anni, nei ministeri è di oltre 54 anni. I giovani sono, dunque, pochi. Nei ministeri solo l’1% degli impiegati ha meno di 30 anni e poco più nelle Regioni e negli enti locali. Il 58% degli impiegati pubblici non ha una formazione universitaria e oltre il 20% possiede solo il diploma di terza media.

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