Estremisti e ideologici, o addirittura ‘utili idioti’ delle multinazionali del cibo sintetico: non solo gli haters da tastiera, ma anche tante belle menti progressiste o post-marxiste, reagiscono così negativamente alla sola idea che si possano mettere in discussione gli allevamenti animali intensivi, così come l’agricoltura industriale stessa. Non piace affatto che si stiano per riscrivere da zero gli equilibri dell’alimentare, più che mai ora nell’ambito del Great Reset (copertina di ‘Time’) dell’Occidente capitalista, che i potentissimi dei Davos club hanno deciso per il mondo dopo il Covid.

Nessun dato è sufficiente a scalfire le due prevalenti obiezioni, men che meno quella dietrologica, figurarsi ora che l’ombra di Bill Gates s’è stagliata sul tema dei sostituti sintetici della carne e che dagli ‘edible insects’ del programma Fao l’entomofagia è arrivata nei piatti modaioli delle gare di cucina televisive. Anzi, i libri del fondatore di Microsoft e le formiche messe in tavola a ‘Masterchef Italia’ dal responsabile Ricerca e Sviluppo del Noma di Copenaghen, il ristorante più idolatrato d’inizio Duemila, rischiano di alimentare il facile ritornello contro l’ecologismo da milionari.

A scalfire le obiezioni prevalenti non basta nemmeno il suggestivo confronto, per esempio, che ciascuno poteva fare da quasi un anno tra la mappa dei Comuni lombardi dove si è superato il confine legale di azoto per ettaro, per via degli allevamenti di maiali, fortemente sostenuti dal finanziamento pubblico (fonte Greenpeace) e gli indici di contagio e mortalità da Covid-19. Con più della metà di tutti i suini d’Italia, un bel 25% dei bovini e il 16% dei capi del settore avicolo, la Lombardia vanta una concentrazione record di animali da allevamento: le galline ovaiole sono più di 14 milioni, quasi altrettanto i polli della sola provincia di Brescia; 4 milioni e mezzo i maiali; un milione solo i vitelli… Il tutto alimenta, e in primo luogo concima, letteralmente, la potenza di un’economia agricola che è la prima d’Italia, con 7,7 miliardi di giro d’affari dei 57 mld complessivi. Qualunque querelle sugli allevamenti passa per lo snodo lumbard.

Al di là di ogni considerazione di merito, è interessante notare come la forza politica e culturale dell’agricoltura lombarda si sia fatta ormai blocco egemonico. Basta scorrere il blog dell’attivissimo assessore Fabio Rolfi, esponente della Lega bresciana da un ventennio, ora titolare dell’insolita delega trinitaria all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi per la Regione di Fontana. Tra gli inevitabili proclami anti-migranti e le cronache di un ammirevole efficientismo, persino nella perorazione dei permessi di mobilità per i tartufai minacciati dal lockdown, Rolfi piazza puntualmente reprimende contro animalisti e ambientalisti “estremisti e ideologici”. E spende qualche intemerata euroscettica contro chi, magari per altri motivi, anche nobili, vuole tagliare per esempio i contributi agli allevamenti di vitelli sotto gli 8 mesi, specialità di carne bianca del nord-est italiano, e viene perciò accusato sic et simpliciter di “tutelare gli interessi delle multinazionali del nord Europa e del cibo sintetico“.

Attenzione, però, che questi ‘rolfiti’ sono tali quali alle obiezioni prevalenti contro la svolta eco-alimentare di cui abbiamo fatto cenno all’inizio. La grande fortuna politica della Lega di Salvini si fonda non a caso sullo scarto decisivo che ottiene proprio in alcune zone dove l’agricoltura ha un notevole peso economico, e ancor più culturale residuale. La ben nota battuta sul Pd e la sinistra-Ztl è un po’ il rovescio della medaglia dell’egemonia leghista.

Per non allargare subito il discorso al solito Veneto di Zaia, al Piemonte o al Friuli, restiamo ancora in Lombardia: a Brescia, dove pure Salvini alle ultime europee ha stravinto anche in città, con il 34% dei voti, la Lega ha toccato quasi il 50% nella provincia. Esemplare il caso Bergamo. In città il Pd, che del resto esprime il sindaco, è riuscito a vincere d’un soffio sulla Lega, mantenendo il suo terzo d’elettori; ma a rappresentare la provincia, e in particolare i Comuni più piccoli, è stato l’exploit del partito di Salvini oltre il 50 per cento, con punte al 65 nella bassa pianura orientale, la terra degli allevamenti, che guarda caso è una delle aree più provate dai cambiamenti dell’Unione europea e della globalizzazione.

E’ chiaro che nel Great Reset, di cui Next Generation Ue Recovery Plan è parte fondante, entreranno in gioco subito anche i nostri grandi interessi nell’agricoltura e nell’allevamento intesivi, e la Lega farà di tutto per tutelarli. La battaglia per ridurne l’impatto ecologico deve fare perciò i conti con la realtà, prima ancora che con le idealità, considerando i costi economici e sociali della riconversione di un settore che rischia di essere liquidato tra i primi dell’elenco di ‘aziende-zombie’ (definizione che lo stesso Draghi ha lanciato per indicare che la mano pubblica dovrà accuratamente selezionare quali realtà continuare a finanziare).

Certo un approccio concreto, economicista, come quello sul costo ‘nascosto’ della carne in termini di ricadute ambientali e danni sanitari, funziona meglio che i manifesti terroristici sui visoni con la corona covidica. Ma anche il tempo ha il suo peso. In fondo, prendendo il consueto esempio di Zaia, dopo aver subito anni di campagne mediatiche contro l’eccessivo impiego di chimica nella viticoltura veneta, il presidente rieletto ormai plebiscitariamente, nel 2020 si è potuto concedere anche il lusso d’invitare in modo perentorio alla svolta green i suoi amatissimi produttori di prosecco.

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