“Il governo ha sottovalutato il problema oppure non ha ben chiara la situazione: in zona rossa (come in arancione rafforzato) si fa didattica a distanza ma le fabbriche sono aperte e i lavoratori le devono mandare avanti. A questo si doveva pensare prima di chiudere”. Michele Bulgarelli, segretario generale della Fiom di Bologna, riporta la voce di tutte le famiglie messe in crisi dalle nuove, indispensabili restrizioni anti Covid. Dall’8 marzo tre studenti su 4 faranno lezione da casa e per molti il ritorno in Dad è scattato già nei giorni scorsi. Ma la misura prevista dal Dpcm che punta a frenare la terza ondata non è andata di pari passo con i necessari aiuti, a partire dai congedi parentali Covid. La ministra Elena Bonetti ha annunciato che saranno inseriti nel decreto Sostegno, con validità retroattiva. “Ma i lavoratori il problema ce l’hanno oggi, non tra dieci giorni quando forse arriverà il decreto”, commenta Bulgarelli. “Tra l’altro non c’era da inventarsi nulla: sarebbe bastato un provvedimento come quello dello scorso autunno” che è scaduto a dicembre.

Il risultato è che chi non ha la possibilità di prendere ferie o lavorare in smart working – cosa comunque assai complicata da conciliare con i figli in casa – deve affidarsi ai nonni o alle famiglie di amici e compagni di classe. Con tutti i rischi del caso, vista la velocità di evoluzione della pandemia e la diffusione delle varianti tra cui quella inglese, che secondo il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli contagia di più i bambini. Lo stesso vale per i lavoratori autonomi, che la possibilità di prendersi un congedo pagato al 50% dall’Inps l’hanno avuta peraltro solo per due settimane la scorsa primavera. Da allora hanno dovuto arrangiarsi.

Il caso più eclatante è quello della Lombardia, dove il presidente Fontana ha chiuso le scuole da venerdì 5 marzo con un’ordinanza firmata il giovedì pomeriggio. “Non è possibile organizzarsi con così poco preavviso, se non ci sono i congedi parentali ci dobbiamo affidare ai nonni o piazzare i bambini davanti a un altro schermo mentre noi proviamo a lavorare”, dice Sara che fa parte del comitato priorità alla scuola. Lei è un’insegnante e venerdì si è trovata a fare lezione ai suoi alunni mentre in casa (“non è piccola, ma è senza porte”) i suoi due figli avevano i rispettivi appuntamenti in didattica a distanza. “In questi giorni avrei certamente chiesto il congedo, facendo a turno con mio marito. Abbiamo deciso di non coinvolgere i nonni, ne abbiamo una sola ed è preziosissima. Da insegnante vedo che sono ancora loro ad occuparsi dei nipoti, come se il Covid non ci fosse. I nonni sono la categoria che andrebbe maggiormente tutelata, invece siamo di nuovo obbligati ad affidarci a loro. Se le istituzioni non si prendono cura dei cittadini la dad diventa una presa in giro”.

Fulvia Beltrami si è trovata ancora più in difficoltà perché ha cambiato lavoro da appena una settimana – si occupa di sviluppo commerciale per aziende e studi professionali – e non ha ancora la possibilità di fare smart working. “Ho dovuto portare mia figlia da un’amica e la settimana prossima, non avendo una rete famigliare che mi possa aiutare, dovrò chiamare la baby sitter o chiedere aiuto ad altre mamme che lavorano da casa”. E se arrivasse il congedo retroattivo? “Comunque significa prendere solo il 50% dello stipendio. Se riproporranno il bonus baby sitter con gli stessi limiti dell’anno scorso non andrà meglio: erano previsti 600 euro. Per chi ha bisogno di 10 ore al giorno di aiuto non bastano nemmeno per 10 giorni. Si lavora per pagarla”.

Elena, che vive a Bologna, ha tre figlie di 7, 10 e 12 anni. Il marito è operaio in una fabbrica del settore chimico, lei lavora come archivista in Regione, un’attività che non può svolgere totalmente in smart working. “Da quando a Bologna hanno chiuso le scuole l’organizzazione familiare è andata in tilt come l’anno scorso”, racconta. “Io mi sono dovuta prendere sette giorni di ferie, non avevamo altre soluzioni. Ma quei giorni mi verranno a mancare in estate: chi starà con i miei figli? Il congedo parentale sarebbe servito, ma subito”. Senza contare che per molti lavoratori non è semplice nemmeno ottenere la possibilità di giorni di ferie senza preavviso. In più Elena spera che venga rivisto il criterio che lo scorso anno l’ha concesso solo a chi non poteva lavorare da casa: “Si dà per scontato che in quel caso sei a posto, ma non è vero: la didattica a distanza di tre figlie così piccole va seguita costantemente. Il carico diventa enorme e pesa quasi sempre su noi mamme: finiamo per lavorare il doppio”.

Salti mortali analoghi per i freelance. “Non posso fare altro che lavorare da casa e contemporaneamente gestire i due figli”, dice Samanta Boni, traduttrice e membro dell’associazione dei freelance Acta. “Il congedo l’ho potuto chiedere solo per 15 giorni in aprile: a settembre è stato rinnovato per i dipendenti ma non per gli autonomi. Non basta: per noi l’indennità è parametrata al reddito dei 12 mesi precedenti. Ho preso 200 euro e solo a settembre di quest’anno potrò chiedere il saldo perché l’Inps all’inizio fa un calcolo al ribasso sui dati provvisori. Non sarebbe stato più sensato, vista l’emergenza, prevedere un una tantum per tutti?”.

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