Dopo poco più di un anno dagli arresti, si è aperto il processo alla mafia dei Nebrodi che attraverso una serie di truffe si accaparrava i contributi europei per l’agricoltura. Nell’aula bunker al carcere di Gazzi, a Messina, il tribunale di Patti ha dato inizio al dibattimento che vede alla sbarra 102 imputati, mentre altri 18 saranno processati a Catania per competenza territoriale, sono invece 4 i patteggiamenti e 8 gli abbreviati (il decreto di rinvio a giudizio conta ben 260 pagine).

È l’esito delle indagini del pool della Dda di Messina guidata dal procuratore Maurizio De Lucia, dopo che nel gennaio del 2020 erano state sequestrate 151 imprese e arrestate 94 persone. Tra questi anche il sindaco di Tortorici, Emanuele Galati Sardo, poi scarcerato, e da oggi a processo. Secondo l’accusa, due distinte famiglie mafiose, quella dei Bontempo Scavo e quella dei Batanesi (dal nome di una contrada di Tortorici), si spartivano il territorio per intestarsi terreni abbandonati o di proprietà di soggetti ignari, e così chiedere i contributi dell’Unione europea concessi dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea). A questo scopo costituivano imprese che venivano intestate a familiari senza precedenti penali, per aggirare la normativa antimafia. Il tutto favorito dall’aiuto di funzionari dei Centri commerciali agricoli (Cca) che istruivano le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, e per un giro d’affari di 10 milioni di euro: è la cifra che avevano ottenuto dall’Ue dal 2012.

Tra gli imputati anche Aurelio Faranda e Giuseppe Costanza Zammataro, considerati uomini di spicco della mafia sui Nebrodi. I reati contestati dal pool della Dda – formato dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Antonio Carchietti, Francesco Massara e Fabrizio Monaco – sono: associazione mafiosa, concorso esterno, intestazione fittizia, falso, truffa ed un episodio di estorsione. Un solo imprenditore, Carmelo Gulino, ha infatti denunciato le pressioni su di lui. “L’unico ad avere il coraggio di denunciare e noi siamo qui a supporto suo per dire che c’è lo Stato e che chi denuncia sarà seguito ed aiutato”, sottolinea dall’aula bunker di Gazzi, Giuseppe Foti, presidente di Rete per la legalità Sicilia, e di Acis, la rete antiracket nata a Sant’Agata di Militello. E continua: “Questo processo è il trampolino di lancio per un territorio che dopo vent’anni di vessazione della criminalità organizzata, adesso si libera una volta per tutte dalle grinfie delle famiglie mafiose per lasciare libero campo ad un’economia sana che dia libero accesso a tutti gli imprenditori”. A Messina per l’apertura del processo anche Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi, vittima di un attentato nel 2016: “Questa è una vittoria dello Stato e oggi siamo qua per guardare negli occhi coloro che hanno tenuto in ostaggio un territorio”.

In aula anche i componenti della commissione Antimafia, Piera Aiello e Michele Giarrusso. Sono arrivati a Messina anche legali rappresentanti di Agea: in fase preliminare non si era presentato nessuno, mentre oggi hanno chiesto l’ammissione assieme ad un elenco di associazioni, tra cui Libera, Centro Studi Pio La Torre, Comune di Tortorici (altre parti civili erano state già ammesse in fase preliminare, tra queste Addiopizzo e Parco dei Nebrodi). Rigettata solo quella di Legambiente. Al processo è prevista l’audizione di più di 700 testimoni, 307 chiamati dall’accusa e almeno 400 circa chiamati dai 102 imputati (uno di questi ha chiamato a deporre 15 testi): per questo il tribunale sta valutando la possibilità di cadenzare le udienze settimanalmente per ridurre i tempi.

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