Da “o noi o Grillo” all’apertura totale, inclusi i ministri della Lega: “Se ci siamo, non facciamo le cose a metà”. Ovvero, sì. Infine, il desiderio: “Vorrei che ne facessero parte tutti”. Matteo Salvini, sollecitato dai big del partito, si dice ora possibilista sulla partecipazione del Carroccio al governo del Presidente: “Se ci sono spazi, ci siamo”. Dopo i paletti piantati nel giorno 1 delle consultazioni, alla vigilia del faccia a faccia con Mario Draghi, l’ex vice-premier cambia registro visto che il partito si era ritrovato con almeno tre teste, tra Giancarlo Giorgetti che aveva paragonato l’ex numero uno della Bce a Cristiano Ronaldo e l’ala veneta che chiedeva “responsabilità”. E perfino i più euroscettici erano arrivati a lanciare segnali di apertura.

Così nel primo pomeriggio si fa ancora più convinto: “Non sono per le mezze misure: se sei dentro dai una mano, ti prendi onori e oneri. I governi tecnici alla Monti li abbiamo già provati. Mi piacerebbe che ci fossero tutti. Mattarella ha chiesto di fare un passo avanti ed ora si deve pensare all’interesse del Paese e non a quello dei partiti”, si fa responsabile l’ex vice-premier. “Io ricordo che nel dopoguerra nei governi c’erano tutti – aggiunge a SkyTg24 – Dopo ognuno ha ripreso la sua via ma penso che questo sia un momento tale per cui ci sia bisogno delle energie di tutti”. E quindi di fronte alla possibilità di governare anche con il M5s dice: “Chi sono io per dire tu no?”. Poi Salvini risponde distanza alla chiusura di Leu: “Vedo che altri lo dicono su di noi. Noi a Draghi non diremo che non vogliamo tizio”.

A mettere il primo veto però era stato proprio Matteo Salvini: “O noi o Grillo”, aveva scandito giovedì dopo la segreteria del partito. Con il Movimento 5 stelle pronto a sostenere Draghi, quella di Salvini era suonata come una ritirata dai propositi di riflessione sull’appoggio al ‘governo del Presidente’. Poi la retromarcia repentina: “Se ci sono spazi per aiutare milioni di italiani noi ci siamo”. Anche con ministri della Lega? “Se ci siamo, ci siamo non facciamo le cose a metà. Se non ci siamo collaboriamo come opposizione come abbiamo fatto in questo anno e mezzo”. Un passo avanti verso le posizioni propositive di Giancarlo Giorgetti: “È un fuoriclasse come Ronaldo, non può stare in panchina”.

E anche verso l’ala veneta del partito, capeggiata da Luca Zaia. La partita Draghi si è inserita in uno scontro interno che va avanti sottotraccia da mesi con mosse tattiche nelle liste per le Regionali dello scorso settembre e contro-posizionamenti da via Bellerio per controllare il partito nella terra in cui è maggiormente radicato. Così il governatore del Veneto, volto moderato del Carroccio, non aveva perso occasione per dare una spinta, pur premettendo che il leader leghista ha “il pieno mandato” di tutti: “Sono sicuro che Matteo Salvini saprà muoversi con senso di responsabilità nei confronti del Paese, e anche responsabilità nei confronti della nostra identità”, dice intervistato dal Corriere della Sera.

“Nel senso che – precisa – Salvini affronterà il colloquio con Draghi mettendosi al tavolo ascoltando senza pregiudizi i progetti di governo del presidente incaricato. E il famoso tema dei punti fondamentali: si va al tavolo per verificare se sia possibile lavorare”. Quindi tratteggia il profilo di Draghi, senza lesinare complimenti: “E un personaggio di indiscusso standing internazionale – afferma sulla scia di Giorgetti – È innegabile e saremmo poco onesti intellettualmente se non lo dicessimo: è l’uomo che ha riscattato l’immagine dell’Italia attraverso tutta la sua carriera in particolare nei suoi otto anni di presidenza della Bce. E nemmeno è soltanto questione di curriculum”.

E persino il senatore responsabile economico del Carroccio Alberto Bagnai, che scrisse il libro euroscettico “Il tramonto dell’euro”, arriva a dire che le scelte di Draghi e le sue analisi economiche “non ho mai trovato nulla da obiettare”. Quindi al suo nome “non ci sono preclusioni, pregiudizi, ma desideriamo che ci sia consentito di portare avanti alcuni progetti”, come una ripartenza “rapida” dei cantieri delle opere pubbliche strategiche. Insomma, non sarebbe un imbarazzo sostenerlo: “L’unico imbarazzo in certe sedi lo provo nel confrontarmi con i dilettanti. Io sono economista come Draghi, lui con un’esperienza istituzionale e di mercato infinitamente più elevata, ma veniamo dalla stessa scuola e abbiamo una lingua comune. È imbarazzante trovarsi a parlare con persone che parlano in termini di fede o di sogno”.

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