“Siderurgico gestito in maniera sciagurata e criminale”. Così il pubblico ministero Mariano Buccoliero ha descritto l’attività dell’ex Ilva di Taranto negli anni della famiglia Riva. Nelle prime delle sei udienze dedicate alla requisitoria dell’accusa nel processo Ambiente Svenduto, il magistrato ha esordito spiegando come dalle oltre 300 udienze svolte negli ultimi quattro anni sia emerso che il gruppo Riva non abbia proceduto “a sostanziali interventi di risanamento dell’industria che aveva acquistato” e anzi “ha sfruttato al massimo della sua capacità produttiva. Una capacità molto produttiva ma altamente inquinante”. Una strategia che, secondo l’accusa, è la causa disastro ambientale e sanitario del territorio ionico.

Dinanzi alla Corte d’Assise, quindi, la pubblica accusa ha compiuto il primo passo della fase finale del processo che vede imputate 44 persone e tre società. Non solo disastro ambientale, ma anche avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione in atti giudiziari, omicidio colposo: sono solo alcuni di reati contestati a vario titolo agli imputati. Tra questi compaiono i nomi di Fabio e Nicola Riva, vertici del gruppo industriale lombardo che nel 1995 acquisì la fabbrica ionica dall’Iri. E poi i dirigenti dello stabilimento, come Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile delle relazioni istituzionali oggi presente in aula. A questi si aggiungono i nomi della politica locale e regionale, come l’ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione ai danni dell’allora direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, il nemico numero 1 dell’Ilva targata Riva. Tra le accuse anche quelle di omicidio colposo per la morte di due operai in fabbrica: Claudio Marsella, schiacciato da una motrice ferroviaria il 30 ottobre 2012, e Francesco Zaccaria, spazzato via con la cabina della gru su cui stata lavorando il 28 novembre 2012 quando un uragano si abbatté su Taranto.

E poi, Buccoliero, ha ricordato le polveri rossastre che hanno trasformato mortalmente il colore dei palazzi e la vita degli abitanti del quartiere Tamburi. Ha ricordato più volte i bambini cresciuti in quel quartiere ormai abituati a vedere le pareti e i davanzali delle finestre della loro scuola, la Deledda, sporcate dalle sostanze inquinanti. Il magistrato ha ricordato la deposizione della pediatra Grazia Parisi, che nell’udienza del gennaio di due anni fa, raccontò la sua esperienza: “I bambini che visitava erano sporchi di polveri, le avevano persino nelle dita dei piedi, ed erano sporche pure le pieghe delle coperture dei passeggini. Lei stessa – ha detto il pm – dopo ogni visita, si doveva lavare le mani. E anche quando andava nelle case per le visite, le vedeva sporche di polvere. I genitori erano terrorizzati dai colpi di tosse dei loro bambini. Famiglie decimate dalle malattie e bambini che a Natale, come regalo, facevano l’aerosol”.

L’attenzione del magistrato, poi si è spostata sulla politica e su quegli atti di intesa che per anni sono rimasti sulla carta. “Non ci voleva la bat (le migliori tecnologie disponibili, ndr) – ha sostenuto l’accusa – ma una sola cosa, un poco di coscienza, e il rispetto della legge. Ci dicevano che gli inquinanti erano nella norma quando invece c’erano sforamenti e tonnellate di polveri si abbattevano sulle case, entravano nelle camere da letto, nei cuscini dei bambini, che purtroppo non ci sono più perché si sono ammalati”.

La requisitoria dei pubblici ministeri si protrarrà per sei udienze: l’ultimo intervento dei rappresentanti dell’accusa è prevista per il prossimo 10 febbraio quando saranno formulate anche le richieste finali che la Corte d’assise dovrà valutare. Dopo gli interventi delle parti civili, la parola passerà al folto collegio difensivo. Il calendario prevede la fine delle discussioni per i primi giorni di maggio quando la sentenza potrebbe svelare quello che è successo a Taranto negli ultimi vent’anni. E i nomi dei responsabili.

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