Non c’è la maggioranza assoluta, ma 156 voti consentono al governo di Giuseppe Conte d’incassare la fiducia pure al Senato. E guardare avanti. Di maggioranze senza i numeri a Palazzo Madama sono pieni gli archivi della Prima Repubblica. E pure della Seconda se si considerano il governo Massimo D’Alema e l’ultimo di Silvio Berlusconi, dopo l’uscita di Gianfranco Fini. Le circostanze, però, sono molto diverse: oggi c’è un’emergenza coronavirus da governare e un Quirinale che comunque non ha mai fatto mistero di essere contrario a maggioranze “raccogliticce”. Pure Conte si è detto contrario a governare con “un voto qui e uno lì”. Che ci sia un problema di numeri, d’altronde, il premier lo ha messo a verbale pure a Palazzo Madama: “Se non ci sono, il governo va a casa“, ha detto durante la sua replica. Poi, però, ha aggiunto: “Subito dopo l’eventuale fiducia valuteremo un tema di cui stavamo già discutendo: come rafforzare la squadra di governo“. La fiducia è arrivata e infatti a tarda sera l’inquilino di Palazzo Chigi twitta: “Ora l’obiettivo è rendere ancora più solida questa maggioranza. L’Italia non ha un minuto da perdere. Subito al lavoro per superare l’emergenza sanitaria e la crisi economica. Priorità a piano vaccini, Recovery Plan e dl ristori”.


Per rendere più solida la sua maggioranza, l’esecutivo non ha davanti molto tempo. Tra scostamento di bilancio, decreto Ristori e Recovery plan, a Palazzo Chigi si discute di una decina di giorni a disposizione. Anche perché il capo dello Stato è stato chiaro: bisogna uscire velocemente da questo stato d’incertezza. Sergio Mattarella, sempre attento alle sue prerogative, non può che prendere atto che c’è un governo in carica fino ad ora non sfiduciato in nessun ramo del Parlamento. Ma non è possibile ignorare il fatto che fino a questo momento l’esecutivo ha la maggioranza assoluta solo in una delle due Camere. Ecco perché a questo punto si attendono le valutazioni del presidente del consiglio, durante un incontro che viene ipotizzato come altamente probabile per mercoledì.

Conte dovrà spiegare se e in quali tempi pensa sia possibile puntellare la sua maggioranza. Si tratta, in pratica, di aprire il prima possibile quel “tavolo di legislatura” di cui si discute da mesi. Per questo motivo il capo del governo ha già convocato – sempre per domani – un vertice di maggioranza. Con i leader di Pd, M5s e Leu dovrà essere sdoganata la parola magica: rimpasto. C’è una delega pesante da assegnare, quella all’Agricoltura dalla quale si è dimessa Teresa Bellanova, un’altra più leggera ma dall’alto valore simbolico, cioè le Pari Opportunità e Famiglia lasciate da Elena Bonetti. E poi c’è quella ai servizi, tanto contestata proprio dai renziani. Rafforzare la squadra, però, non vuol dire solo distribuire gli incarichi vacanti ma riorganizzare pure quelli già assegnati. Con l’obiettivo di trasformare quella maggioranza relativa del Senato per renderla assoluta.

Dopo stasera il governo parte da quota 156, che diventano 157 con un senatore del M5s assente giustificato (ha il Covid). A Palazzo Chigi reputano come una buona soglia di sicurezza quota 165/166 voti: vuol dire 4/5 in più della maggioranza assoluta, che permetterebbero di non dipendere dai senatori a vita. E dunque mancano 8/10 voti. Dopo il voto di martedì sera la geografia che emerge da Palazzo Madama dimostra che i margini di manovra ci sono. A cominciare dall’opposizione. Dopo Renata Polverini alla Camera, da Forza Italia sono arrivati altri due responsabili, o “costruttori” per utilizzare un termine in voga ultimamente. Si tratta di Andrea Causin e Maria Rosaria Rossi: il primo viene dai ranghi di Scelta Civica e ha un passato col Pd in consiglio regionale del Veneto, la seconda è una parlamentare di lungo corso, storicamente molto vicina a Silvio Berlusconi e poi allontanata dal cerchio magico Arcore. Tra i corridoi di Palazzo Madama scommettono che non si tratterà di due défaillance isolate. Forza Italia, un partito che negli ultimi tempi si è trovato schiacciato nel centrodestra a trazione nazionalista di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, fa registrare da mesi segnali di distensione nei confronti della maggioranza. Un avvicinamento che ora potrebbe essere accelerato dal ruolo di pontieri giocato dai tre parlamentari che hanno votato la fiducia a Conte.

Occhi puntati anche sul partito che ha causato la crisi, e cioè Italia viva. La pattuglia dei senatori di Matteo Renzi ha retto la prima prova: su 18 componenti in 16 si sono astenuti. Daniela Sbrollini era assente, Riccardo Nencini, invece, è l’altra grande sorpresa di giornata. “Sono stato convinto dall’apertura di Conte alle forze liberali, popolari e socialiste”, ha detto l’uomo che ha consentito a Renzi di avere un suo gruppo al Senato. Nencini nega di voler obbligare l’ex segretario del Pd a traslocare nel Misto, ma dall’altra parte potrebbe essere la chiave per arrivare agli altri renziani. Secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it nei corridoi della maggioranza si punta a iscrivere tra i costruttori almeno quattro senatori di Italia viva. I nomi sono quelli che girano da mesi: Eugenio Comincini, Leonardo Grimani, Annamaria Parente, Vincenzo Carbone. “I parlamentari, in particolare quelli eletti nel Pd, riflettano su dove è giusto andare”, ha detto in aula uno che i renziani li conosce bene, cioè Andrea Marcucci. Anche perché una cosa è astenersi sapendo che il governo non andrà sotto. Un’altra è votare contro e causare la sfiducia in un momento simile. Lo sa bene Comincini, eletto dal Pd e infatti pronto mettere le mani avanti subito dopo l’astensione: “Se non si realizzasse una ricucitura, io non mi collocherei all’opposizione“.

Da Palazzo Chigi, poi, gli occhi sono puntati sulla pattuglia di piccoli partiti che oggi hanno votato No ma che potrebbero presto ripensarci. “Non voteremo la fiducia, come abbiamo fatto sinora, ma la ascolteremo quando presenterà provvedimenti nell’interesse generale”, ha detto Antonio Saccone dell’Udc, che conta tre seggi a Palazzo Madama. Tre voti ha pure la componente Idea-Cambiamo del gruppo Misto, di cui fa parte Gaetano Quagliariello, citato da Conte nella sua controreplica. Il presidente del consiglio ha chiamato per nome e cognome pure Tiziana Drago, eletta dai 5 stelle ma oggi contraria all’esecutivo: “Un tema toccato dalla senatrice Drago – ha detto Conte – è il calo demografico. Un problema serissimo, è uno dei cali tra i più severi degli ultimi anni”. Fonti della maggioranza danno per recuperabile anche Marinella Pacifico, un’altra ex 5 stelle che ha votato contro la fiducia. Possono arrivare da qui gli 8/10 voti in grado di mettere in sicurezza la maggioranza. O di renderla più solida, per usare le parole di Conte.

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