Nella catena dei paradossi che alimenta questa crisi di governo, almeno tre sono fuori dell’ordinario e assumono l’aspetto di fenomeni parossistici. Primo paradosso: il contesto. La crisi si apre non semplicemente nel pieno di una pandemia ma nel periodo più oscuro, difficile e rischioso, in quella che sembra una vera e propria emergenza umanitaria. Il virus si è messo così tanto a correre che proietta su numeri “esorbitanti”, come ci annuncia la vicina Germania, il saldo della sue infezioni. Al punto che la Baviera oggi rende obbligatoria la mascherina FFP2 perché evidentemente quella chirurgica non difende più, o non difende abbastanza. Sempre oggi le Poste londinesi riducono in molti distretti della città le consegne. Nei quartieri più a rischio sono addirittura sospese per via del timore che anche quel minimo gesto che riduce le distanze possa provocare contagio.

Secondo paradosso: Renzi. Non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi non conterà mai in nessun altro governo con nessun altro premier quanto conta con questo che sta buttando a mare. Quel che ha ottenuto non è poco: le correzioni al Recovery, l’apertura alla possibilità di avere un terzo ministero di peso, la gestione, non più diretta da parte del premier dei servizi segreti. Ma senza Giuseppe Conte, con un esecutivo di unità nazionale o di “scopo” la presenza di Italia viva e la sua utilità marginale sarebbero azzerate. Entrerebbero altri attori in campo e con una maggiore dimensione numerica, sempre ammesso che nel Parlamento si trovassero le disponibilità a realizzare questo esecutivo di salvezza nazionale. Nel caso invece, a mio avviso più probabile, che la strada fossero le elezioni anticipate il costo dell’operazione per Matteo Renzi sarebbe ancora più salato. Sparirebbe o quasi dalla circolazione.

Terzo paradosso: Giuseppe Conte. Sta imparando adesso che il dosaggio delle mediazioni, che fino a qualche mese fa gli sarà parso elisir di lunga vita, non allunga l’esistenza ma anzi l’accorcia. Le mezze misure, i mezzo altolà, la diluizione continua dei contrasti hanno dato sponda a colui che non aspettava altro di dire: non lo faccio per le poltrone, ma per il Paese. Come per la revoca della concessione autostradale ai Benetton, anche la discussione e la correzione di questo benedetto Recovery andava anticipata. Conte dice che ora bisogna correre. L’avesse detto ad ottobre adesso forse la corsa si sarebbe già conclusa.

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