“È veramente difficile comprendere come un Paese “normale” possa avere regioni che, per qualche milione di studenti, danno indicazioni di ritorno a scuola il 7 gennaio, qualcuno ipotizza l’11, altri il 18; qualcuno rimanda alla fine del mese, altri addirittura lasciano libertà di decisione agli studenti se andare a scuola o continuare la Dad”. Parola di Agostino Miozzo, 67 anni, medico e coordinatore del Comitato tecnico scientifico (Cts), l’organismo che il governo ha nominato con compiti di consulenza per la pandemia. L’esperto interviene sul tema dell’apertura differenziata delle scuole che ha diviso e divide la politica in un braccio di ferro tra partiti e in una corsa in ordine sparso delle regioni che restituisce ai cittadini un’idea di confusione e incertezza: la riapertura delle superiori slitta in 14 Regioni, in Veneto, Friuli, Marche e Calabria si torna in aula a febbraio. Miozzo lo fa su due fronti. In un’intervista a QN sostiene che “è più pericolosa la didattica a distanza che il ritorno in classe fatto con buon senso”, commentando la scelta di quattro regioni di differire le aperture. Lo fa poi con una lettera al Corriere in cui rimarca e precisa la sua recente “provocazione” circa la necessità di invocare l’art. 120 della Costituzione, ovvero il potere sostitutivo in luogo delle Regioni ove queste non siano in grado di garantire quanto costituzionalmente previsto, come sulla sanità, l’istruzione. “È una strada poco percorribile ma credo ci debbano essere degli strumenti, dei metodi per risolvere la difformità per cui ogni Regione va per conto proprio”, aveva dichiarato. Nella lettera Miozzo stempera e precisa, ma non rinnega quello che è di fatto un attacco frontale all’autonomia regionale dove questa produce incongruenze e difficoltà nella gestione ordinata della risposta alla crisi. “Il mio richiamo non voleva essere una critica al presidente Conte, ma la considerazione di chi ha operato nel corso di grandi crisi e si rende conto che la centralità, nelle azioni da intraprendere, è fondamentale per raggiungere obiettivi concreti che diano beneficio a tutta la comunità coinvolta”.

Ma il balletto in ordine sparso sulle scuole dimostra il contrario. “Se non mando i ragazzi a scuola e lascio i centri commerciali aperti c’è qualcosa che non va. Anche la scuola, come il commercio e le attività produttive, è fondamentale. La priorità che stiamo dando all’economia è importante ma se non ci rendiamo conto che la scuola così diventa una Cenerentola allora stiamo fallendo”. Miozzo parla dunque di “anarchia didattica” e torna a chiedere per quale ragione non si mette in atto un meccanismo di decisione centralizzata che superi il potere delle autorità del territorio. “Mi chiedo perché non sia possibile imporre decisioni da adottare in relazione a precisi parametri di compatibilità e di rischio dei territori, ben consapevoli di ciò che il complesso mondo della scuola rappresenta nel contesto di questa incredibile crisi”.

Una centralità decisionale che metta in evidenza la necessità di considerare il tema della scuola, della salute psicofisica dei giovani. Miozzo punta il dito contro “esperti di settore” che sui media “parlano impropriamente di studenti liceali come soggetti «fortemente contagiosi», in altri termini gli untori della società ed i killer della popolazione più anziana; piuttosto che politici del territorio che invocano la chiusura delle scuole per “evitare una strage”. Quando il tema è diverso e molto distante dai “giovani”. Semmai legato alle scelte sbagliare reiterate nel tempo degli adulti. “La strage nel nostro Paese è avvenuta a causa di decenni di distrazione sugli investimenti in sanità pubblica, sulla gestione poco appropriata di molte Rsa e della assoluta assenza di risorse nel settore della sanità scolastica”.

Sulla riapertura dei centri commerciali come degli impianti sciistici piuttosto che dei ristoranti si discute in modo animato ed approfondito facendo riferimento alla necessità di mantenere in vita la nostra economia. “Non vedo altrettanta attenzione sul dramma di milioni di ragazzi che da quasi un anno, dal 4 marzo del 2020, sono reclusi a casa in una non sempre efficiente didattica a distanza che in molti casi ha solo accentuato le differenze di classe penalizzando in modo drammatico che non dispone di mezzi idonei. La salute mentale dei nostri ragazzi non sembra avere valore e peso nelle parole di molti politici del nostro Paese e di questo sono profondamente, tristemente dispiaciuto”.

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