C’è un campo dove ci si abbraccia anche dopo un pallone sparato alle stelle davanti alla porta. Perché su quel prato più marrone che verde il calcio non è solo agonismo, è soprattutto evasione. Nel vero senso della parola. A suggerirlo è la forma stessa di quell’impianto. Una tribuna, inaugurata nel 2018. Niente tifosi. Niente cori che piovono giù dalle gradinate per ammorbidire i muscoli degli avversari. Tutto il loro mondo è raccolto dentro quelle mura alte una decina di metri, tutte le loro speranze sono sostenute dallo sguardo benevolo di qualche agente e dei volontari. Poco. Eppure così tanto. Perché questo è il mondo della Polisportiva Pallalpiede, la squadra nata sette anni fa nel carcere “Due Palazzi” di Padova con l’obiettivo di utilizzare lo sport nella rieducazione dei detenuti. Con risultati incredibili. E non tanto per la vittoria del torneo di Terza Categoria, arrivata nel 2019. Il progetto Pallalpiede è infatti riuscito a cucire insieme tante solitudini diverse, a sommare tanti “io” fino a farli diventare “noi”. Anche se per poche ore a settimana.

E per riuscirci ha dovuto superare barriere linguistiche, pregiudizi, stereotipi e quelle gerarchie che all’interno del carcere finiscono con il calcificarsi. Italiani, nigeriani, senegalesi, albanesi, romeni, tunisini, marocchini. Tutti con la stessa maglietta. Tutti con un futuro fagocitato da un passato difficile. Al primo provino, nel 2014, si sono presentati in più di cento. Qualcuno aveva giocato nelle giovanili di qualche club importante. Altri non avevano mai calciato un pallone. Altri ancora non avevano chiare nemmeno le regole del gioco. Dettagli. Un’ulteriore scrematura ha portato la rosa della squadra a una trentina di elementi. Una panchina lunga, anzi lunghissima. Perché fra scarcerazioni, permessi e situazioni personali il rischio di ritrovarsi senza attaccante o senza portiere è piuttosto serio. Ora a guidare la Pallalpiede c’è Fernando Badon, una voce gentile con un passato da attaccante fra Serie B e C (Padova, Venezia, Cittadella, Forlì e Bassano) e un presente nel suo studio di progettazione di giardini.

“Ci alleniamo due volte a settimana, il martedì e il giovedì pomeriggio – ha raccontato a ilfattoquotidiano.it – poi il sabato abbiamo la partita. Sempre in casa, visto che i ragazzi non possono uscire”. Proprio per questo “vantaggio” la Polisportiva è stata iscritta al campionato della FIGC, ma fuori classifica. E la vittoria del 2019 non ha portato alla promozione in Seconda Categoria. Poco male, perché il lavoro del mister è già piuttosto complicato. “Noi siamo l’unica squadra che ha un mercato sempre aperto – spiega sorridendo – facciamo provini in continuazione”. Ed è vero. Di domande per entrare a far parte della rosa ne arrivano tantissime. Ma ci sono molti parametri da tenere in considerazione prima di tesserare un nuovo calciatore. “Alcune domande vengono scartate per limiti di età – racconta Badon – altre perché i ragazzi verranno scarcerati a breve e noi non possiamo permetterci di bruciare cartellini e visite mediche che per noi hanno un costo. Noi non guardiamo al reato che hanno commesso, ma al loro percorso in carcere e alla durata residua della loro pena, che deve essere medio-lunga, in modo da dare continuità“. Ma non finisce qui.

Perché prima di poter entrare in squadra i nuovi giocatori devono firmare anche un codice etico, una lista di regole da seguire per garantire il rispetto degli organizzatori, degli avversari e dell’arbitro. E non è un caso che la Polisportiva abbia sempre vinto la Coppa Disciplina, il riconoscimento per la squadra più corretta del torneo. “L’unica volta che l’abbiamo persa è stato per colpa mia – dice Lara Mottarlini, fondatrice e presidente dell’ASD Pallalpiede, nata dall’impegno dell’Associazione Nairi Onlus e della Polisportiva San Precario – nella distinta non avevo messo il luogo di nascita di un guardalinee ed è partita la squalifica. Ma anche in quell’anno eravamo stati i più corretti”. La parte più difficile per Badon non ha niente a che fare con il lavoro sul campo. “Il vero problema è scartare chi si presenta ai provini, chi ti dice: ‘Mister io ci sono, vorrei giocare’, e ti guarda con quegli occhi così grandi. Noi però non dobbiamo lasciarci commuovere, dobbiamo comportarci come se fossimo una quadra “normale””. Giusto, anche se è difficile non stabilire un rapporto empatico. Soprattutto dopo aver ascoltato le loro storie. Parabole in attesa di lieto fine che in molti casi non arriverà, dove la speranza cerca timidamente di prendere il posto della disperazione.

Così come è stato per G., 41 anni sulla carta d’identità, 22 dei quali passati in carcere. Per anni è stato il capitano della Polisportiva Pallalpiede, poi ha dovuto cedere fascia e scarpini. La sua pena finirà con lui, visto che è stato condannato all’ergastolo. Ma grazie alla sua buona condotta è riuscito a ottenere un permesso per lavorare in una mensa collegata al carcere. Esce la mattina e fa ritorno al penitenziario il pomeriggio. L’aver dovuto rinunciare al pallone gli pesa. Una sofferenza lenita dalla possibilità di tornare a respirare l’aria fresca, di avvicinarsi a un concetto di normalità. G. divide la cella con G.. Erano amici fin da bambini, in Sicilia. Poi sono persi di vista. Hanno preso strade diverse ma ugualmente sbagliate. E si sono ritrovati nella sofferenza del Due Palazzi. Anche G., che in carcere si è laureato, si è avvicinato alla Polisportiva. È l’incaricato della redazione delle liste. Una piccola responsabilità che lo inorgoglisce e che gli consente di seguire la squadra durante le partite del sabato. Il carcere di Padova, però, è una struttura all’avanguardia. Alcuni detenuti hanno la possibilità di lavorare in una pasticceria diventata ormai famosa. Altri invece sono impiegati al CUP. Prenotano le analisi nelle strutture pubbliche per i loro concittadini.

“Più di una volta mi è capitato di chiamare il centralino per fissare una visita e di sentire la voce di un mio giocatore – racconta Badon – mi hanno detto ‘Mister, ma non si preoccupi, ci penso io, è in buone mani’”. Fra questi c’è anche Natale, il nuovo capitano. È cresciuto negli Allievi della Lazio, ha giocato nell’Eccellenza e nella Serie D in Sicilia. Poi si è fatto trascinare alla deriva. Ora gioca un po’ dappertutto. Centrocampista, mezzala, trequartista. Tanto che si è guadagnato la maglia numero 10. Il campo del Pallalpiede è un palcoscenico molto diverso da quello che sognava da bambino, ma è comunque il massimo a cui può aspirare adesso. Fra gli altri componenti storici della squadra c’è B., un ragazzo albanese condannato all’ergastolo. Non aveva mai giocato a calcio prima di entrare in carcere. Ora è diventato il jolly del gruppo. “Immaginati quando l’ho visto palleggiare la prima volta – racconta il mister – ora se non lo schiero si arrabbia. È bellissimo perché sembra di allenare una squadra vera. Io cerco di portare quello che ho imparato da calciatore professionista. Loro sono cresciuti, ora sanno fare per bene il riscaldamento, sanno come si entra nello spogliatoio, come ci si comporta prima e durante una partita. Sono diventati addirittura amici, etnie rivali si sono riappacificate”. Il potere dello sport che si stacca dalla retorica e dalla banalità per diventare realtà concreta. Molti di loro hanno bisogno di imparare delle regole. Proprio quelle che non hanno avuto da ragazzi. Perché sbagliare vuol dire essere fuori dalla squadra. Una volta per tutte. Qualche ragazzo che ha giocato con Pallalpiede è stato scarcerato e poi, dopo qualche tempo, ha varcato nuovamente la soglia del penitenziario.

“Chi è tornato ci ha chiesto di poter far parte di nuovo della squadra – spiega Badon – ma noi non li abbiamo ripresi. Sarebbe eticamente sbagliato. Andrebbe contro il senso del nostro progetto“. Non un dettaglio da poco in un Paese che, secondo l’associazione Antigone, poco più di 10 anni fa aveva un tasso di recidiva del 68,45%. “Uno dei problemi più grandi per noi – continua Fernando – è che ogni anno perdiamo per strada la metà dei nostri calciatori. Qualcuno viene scarcerato, altri hanno problemi personali, qualcuno attraversa dei momenti di crisi individuale in prigione. Non è semplice. Io li lascio il giovedì e li ritrovo il sabato. Senza avere altri contatti con loro. Così io provo a fare una formazione, ma prima della partita sono sempre lì con l’arbitro a vedere chi riesce a presentarsi fra colloqui, udienze con il magistrato e altre situazioni“. Un progetto tanto nobile quanto delicato che ora rischia di entrare in sofferenza a causa della pandemia. Pallalpiede si è iscritta alla stagione 2020/2021 ma ha deciso di non scendere in campo. Anche per rispetto di chi vive in carcere e può andare incontro a situazioni piuttosto complesse in caso di positività.

Così i suoi calciatori, che già si sono visti ridurre colloqui e telefonate, hanno dovuto dire arrivederci anche alla partita del sabato. E allenarsi, quando possibile, non è esattamente come sfidare un avversario. Il progetto della Asd Pallalpiede, che ha vinto un bando regionale, ha un sostegno concreto dalla Regione e dal Comune di Padova, ma ogni contributo può fare la differenza in questa partita. “Noi dobbiamo giocare sempre in casa – spiga Lara Mottarlini – quindi rispetto alle altre squadre abbiamo costi doppi, dalla tracciatura del campo fino alla pulizia degli spogliatoi. Per questo chi ci vuole aiutare può donare alla Asd di tutto: abbiamo bisogno di palloni, magliette, scarpe, contributi economici. Ora ci si è rotta la macchinetta per tracciare le linee del campo. Costa circa 600 euro”. Dal canto loro i volontari di Pallalpiede hanno investito un’altra risorsa, forse ancora più preziosa. Il loro tempo. “Quello che leggo nei loro occhi è la gratitudine – racconta Lara – mi ringraziano per il tempo che dedico al progetto e che magari sottraggo alla famiglia, a mio figlio. Sanno che io di calcio non ci capisco niente, ma sono sempre lì a guardare gli allenamenti, a dare una mano durante le partite”. Sacrifici ricompensati dai risultati. E non solo da quelli che vengono dal campo.

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