Molti miei interventi in questo spazio lamentano carenze culturali nelle scienze della natura. Qualche commentatore mi ha accusato di essere invidioso di altre scienze che ricevono moltissima attenzione in termini di esposizione mediatica e di finanziamenti. Non so se sia invidia, la mia. Noto una disparità tra quello che (quasi) tutti sostengono e le azioni che derivano dall’universale sentire, tutto qua.

A partire dalla Convenzione di Rio de Janeiro del 1992, c’è accordo generale sull’importanza della biodiversità per il mantenimento di condizioni che permettano la persistenza della nostra specie. Ci sono stati molti accordi, persino un’Enciclica papale, per ribadire il concetto. Il New Green Deal dell’Unione Europea stanzia centinaia di miliardi con il Next Generation Eu per la riconversione ecologica: la protezione della biodiversità è uno dei pilastri della politica europea di rinnovamento.

La questione è economica, e si basa su un detto: non ci sono pasti gratuiti. Siamo organismi eterotrofi (mangiamo altri organismi) e il nostro pasto si fa a spese di altre specie (la biodiversità) e altera gli ecosistemi. Per svolgere le nostre attività (la crescita del capitale economico) “usiamo” le risorse naturali (il capitale naturale), le consumiamo, le erodiamo. La crescita economica e il benessere sono il pasto di cui parlano gli economisti. Qual è il conto? Quali sono i costi da affrontare, a fronte di innegabili benefici? Le analisi costi-benefici sono state fatte male. La distruzione della natura non è un’esternalità negativa.

Il costo con cui si pagano i benefici è chiaro. La distruzione di biodiversità ed ecosistemi sta causando catastrofi naturali sempre più frequenti ed intense, e lo sfruttamento della biodiversità libera agenti patogeni che con noi non avevano nulla a che fare.

Il deterioramento del capitale naturale (biodiversità ed ecosistemi) genera ricchezza immediata, ma poi ci accorgiamo che non abbiamo abbastanza soldi per saldare il conto. Le economie crollano, gli stati si indebitano e i soldi non bastano per riparare i danni. Non ci possono essere umani ed economie in buona salute in un ambiente malato.

Gli stanziamenti miliardari del Next Generation Eu, una versione operativa del Nuovo Patto Verde, si basano su una serie di pilastri e uno riguarda proprio la protezione della biodiversità (lo so che l’ho già scritto, ma ci tengo a ribadire il concetto). Finalmente si passa dalle parole ai fatti, mi dico, mentre leggo le 125 pagine del piano Next Generation Italia, la nostra risposta al Next Generation Eu. Tutto quello che c’è è sacrosanto. Peccato che non ci siano la biodiversità e la protezione dell’ambiente.

L’ambiente è una “risorsa” da sfruttare. Eppure uno dei pilastri del Next Generation Eu è biodiversity protection (l’ho già detto?, scusate). Come mai questi temi, ritenuti prioritari, proprio non ci sono? La mia interpretazione è semplice: tra gli estensori non ce n’era neppure uno che ne sapesse di biodiversità ed ecosistemi.

Mi direte: sei invidioso, volevi che ti chiamassero… Ma no, io vorrei solo che i fatti corrispondessero alle parole. Se si dice che biodiversità ed ecosistemi devono ricevere attenzione prioritaria, come mai non si chiama nessuno che ne sappia? Non pretendo che tutti diventino specialisti di biodiversità ed ecosistemi. Mica si pretende che tutti diventino medici quando si affrontano crisi sanitarie, no? Semplicemente si chiamano i medici!

L’assenza di cultura è totale: si ignora persino che sia possibile che qualcuno ne sappia, di ambiente. Oppure si nega il valore di queste conoscenze. E quindi si procede a caso, con due z. È il comma 22. Se nessuno di quelli che organizzano i piani ne sa, come fa qualcuno a capire che bisogna saperne? E se nessuno ne sa, ognuno si sente di saperne, visto che il suo non sapere non può essere evidenziato da nessuno tra quelli che sono consultati. Oppure si nega che biodiversità ed ecosistemi (il capitale naturale) abbiano importanza assoluta per garantire il nostro benessere (come hanno fatto molti commentatori a miei post precedenti).

Una situazione kafkiana e gattopardesca insieme: cambiare tutto perché tutto resti come prima. Io continuo a sbracciarmi per far notare queste assurdità, non mi arrendo. La cosa che rode di più è che tutti siano d’accordo (con rare e ottuse eccezioni, che ora si scateneranno nei commenti) e che poi si chiami chi ha organizzato un “vecchio” modo di concepire l’economia per affidargli il compito di organizzarne uno “nuovo”, ignorando le premesse su cui si dovrebbe basare il “nuovo”.

Ecologia ed economia sono la stessa cosa. Darwin non usa la parola ecologia, usa “economia della natura”. Il capitale economico dipende dal capitale naturale. Il capitale naturale prospera anche senza il capitale economico (per miliardi di anni lo ha fatto, poi siamo arrivati noi), ma il capitale economico fallisce senza il capitale naturale. Come si fa a non capirlo? Si fa, si fa.

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