Viene dal Burundi Ntezimana Fidès: è una donna, è una rifugiata. Lavora da quattro anni come operatrice di Medici Senza Frontiere (MSF) nel campo di Nduta, in Tanzania nord-occidentale, e supporta le donne incinte affette da Hiv, spesso stigmatizzate non solo dalla società ma anche dai loro mariti. In esclusiva per ilfattoquotidiano.it, racconta le sfide di un lavoro “faticoso ma molto gratificante” dove è cruciale la prevenzione e “solitamente le donne sono più propense degli uomini a sottoporsi al test Hiv, probabilmente per proteggere i nascituri“. “Il mio viaggio come rifugiata, mi ha aiutato a trovare lo scopo della mia vita”, dice Ntezimana, che nel frattempo ha anche costruito la sua famiglia. Si è sposata e ha un bambino.

La partenza – “Era un giorno come un altro e come ogni mattina preparai la colazione: pane fresco e tè per mio padre, banana fritta per mia madre. Mi chiamò il mio fidanzato, gli tremava la voce: mi disse che aveva dovuto lasciare il Burundi e che per il momento non avrei dovuto contattarlo. Quel giorno non andai a scuola, frequentavo il secondo anno di scuola superiore per diventare insegnante. Ci saremmo sposati non appena finiti gli studi ma questo cambiamento improvviso infranse i miei sogni. Dopo un anno completai gli studi. Lui mi scrisse su Facebook dicendomi che era arrivato il momento di rivederci. Prima dell’alba misi in una borsa tre dei miei abiti preferiti, una saponetta e uno spazzolino. Un suo amico mi diede un passaggio fino al confine con la Tanzania con la sua vecchia motocicletta e mezz’ora dopo avevo già oltrepassato il confine: ero in Tanzania. Così è iniziato il mio viaggio da rifugiata. Arrivai a Nduta, dove viveva il mio fidanzato. Era tutto così diverso dal mio paese: il terreno arido del Burundi qui è una polvere rossastra e sabbiosa; le persone vivono in tende di plastica bianche e blu; le persone fanno la fila per mangiare. Nonostante tutto, ero contentissima di rivedere il mio fidanzato. Da quel momento il tempo è volato via: ci siamo sposati, ho iniziato a lavorare per MSF, ho avuto un bambino.

Costruire un rapporto di fiducia – Un giorno è arrivata una donna incinta risultata positiva al test Hiv. Era distrutta e molto confusa. Le ho consigliato di iniziare la terapia ma mi ha detto: “Non posso. Mio marito chiederà il divorzio se scopre che ho l’Hiv”. È una cosa che capita spesso qui. Le ho detto: “Inizia la cura, poi capiremo come fare”. Sono riuscita a convincerla anche se ha ribadito: “Se mio marito vede le medicine mi uccide”. La sua preoccupazione e i suoi occhi bagnati di lacrime mi hanno commosso. Le ho preso la mano e le ho detto con voce calma: “Farò di tutto per aiutarti. Senza dirgli che sei positiva, chiedi a tuo marito di venire a fare il test”.

La situazione era davvero delicata ma sapevo che avremmo potuto evitare il peggio. Fortunatamente abitiamo vicine; ogni sera alle 8 veniva a casa mia per prendere la terapia ma un giorno non poteva venire e così ho trovato una scusa per andare da lei e darle il farmaco di nascosto. Abbiamo continuato così per circa due settimane. Poi, finalmente, è arrivato il giorno del test di suo marito. Ho pianificato tutto per essere lì e gestire la situazione, ho avvisato il personale medico: “Ricordatevi che lei è positiva e ha già iniziato la cura. Dobbiamo convincere il marito ad accettare il risultato del suo test e del test della moglie”. È mio dovere costruire un rapporto di fiducia con i pazienti e supportarli emotivamente. Il test del marito è risultato negativo ma il piano ha comunque funzionato ed entrambi hanno accettato i risultati dell’altro: hanno deciso di affrontare la situazione insieme. Negli incontri successivi ho spiegato loro le misure di prevenzione e protezione e gli ho dato alcuni profilattici raccomandandomi di utilizzarli sempre. “Nonostante questa grande sfida, potrete ancora avere una vita sana e serena. Dovete proteggervi a vicenda”. Il marito ha promesso di dare a sua moglie tutto il supporto necessario. Oggi la donna sta continuando la cura e suo marito e suo figlio, che ha ormai 2 anni, sono negativi all’Hiv. Il suo stato di salute è buono e vivono una vita felice. Quando incontro il loro sorriso, ogni mattina mentre vado al lavoro, il cuore mi si riempie di gioia.

La vita nella clinica cambiata dal Covid-19 – La pandemia ha portato molti cambiamenti nella clinica. All’entrata distribuiamo mascherine e prendiamo la temperatura alle madri che vengono in ospedale per la terapia. Ho detto loro come indossare la mascherina, come mantenere la distanza interpersonale di un metro e di non stringere la mano agli altri e le esorto a prendere i farmaci prescritti dal medico. Le donne incinte con Hiv hanno un alto rischio di contrarre il coronavirus.

Prima, durante le visite, quando le pazienti salivano sulla bilancia, tenevo i loro figli ma ora con la pandemia non posso più farlo. Non dimenticherò mai quando una madre mi ha chiesto di tenere suo figlio ed è rimasta molto male quando le ho detto di no; pensava che avessi rifiutato perché era affetta da Hiv. Le ho ricordato le precauzioni che la pandemia ci impone ogni giorno e dell’importanza di proteggerci l’un l’altro: “Potrei avere il coronavirus senza saperlo e potrei infettare te e il tuo bambino”. Lei ha capito che non era una scusa ma che le cose sono veramente cambiate in questo periodo. Mi sento onorata e privilegiata di poter aiutare la mia comunità e di portare un impatto positivo nella vita delle persone. Il mio viaggio come rifugiata mi ha aiutato a trovare lo scopo della mia vita”.

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