Era il 15 novembre del 1960 quando andò in onda per la prima volta “Non è mai troppo tardi” la trasmissione, promossa dalla Rai in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, condotta dal maestro Alberto Manzi. Quel giorno è rimasto nella storia della televisione, ma anche nella memoria di molti italiani che impararono a leggere e a scrivere davanti allo schermo. Sessant’anni dopo l’idea di avere un maestro in tv che fa scuola continua ad affascinare gli italiani. Nessuno ha dimenticato le lezioni di Manzi che non fu solo un maestro, ma anche uno scrittore, un viaggiatore, un educatore e persino un amministratore nella fase finale della sua vita quando fece il sindaco a Pitigliano (Grosseto).

Chi non ama ricordarlo solo come un personaggio televisivo è la figlia, Giulia, 32 anni, editor, autrice di “Il tempo non basta mai” (Add editore) e “La valutazione scolastica” (Il Leone Verde): “Se devo presentare papà direi che era uno scrittore. Quella trasmissione è stata una costante nella mia vita. In casa usavamo il titolo per scherzare e tutti attorno a me parlavano di Non è mai troppo tardi, ma quell’innovativa idea della TV andò in porto non solo grazie a mio padre. Lui certamente ebbe l’intuizione di usare le immagini per comunicare. Era carismatico, ma se milioni di italiani hanno avuto la licenza elementare lo dobbiamo a quella Rete che il ministero dell’Istruzione seppe creare nel Paese”.

Il pensiero della figlia del maestro più famoso d’Italia va ai tanti insegnanti che parteciparono con suo padre ad una straordinaria rivoluzione sociale: “Eravamo nel Dopoguerra e la televisione non era ancora arrivata nelle case di tutti. Così si istituirono dei punti di ascolto: la gente si ritrovava nei bar, in parrocchia, a scuola per ascoltare “Non è mai troppo tardi”, ma con loro c’erano dei maestri che aiutavano le persone a risolvere gli esercizi”.

Certo ciò che colpiva di Manzi era la sua abilità: su un grosso blocco di carta montato su cavalletto scriveva, con l’ausilio di un carboncino, semplici parole o lettere, accompagnate da un accattivante disegnino di riferimento. “Pensa – confida la figlia – che alle elementari e alle medie andava malissimo in questa materia perché non sopportava il disegno tecnico. Fu il professore delle superiori a scoprire il suo talento“.

Sessant’anni dopo torna attuale la lezione di Manzi: “Ai tempi – racconta Giulia – la gente non aveva la possibilità di studiare, di leggere ma c’era un’educazione al pensare che oggi è sparita. Nel 2020 il problema è l’analfabetismo funzionale: più andiamo avanti più abbiamo difficoltà a comprendere il testo, il contenuto. E’ colpa di una scuola che si dimentica di ragionare e si ancora al voto, al registro di classe dimenticando di educare al pensare”.

La figlia di Manzi non fa fatica a fare qualche esempio: “Un anno papà venne al mio asilo a fare una lezione. Portò un acquario pieno d’acqua e ci mise degli oggetti per farci capire quelli che galleggiavano e quelli che affondavano. Da lì nacquero le nostre innumerevoli domande. Ecco il ragionamento”.

La figlia del maestro, morto il 4 dicembre del 1997 (ma mai scomparso per chi ama la scuola), sa che oggi se ci fosse un maestro come suo padre avrebbe bisogno di una sola cosa: “Togliere la burocrazia. Non dobbiamo parlare di un nuovo Alberto Manzi, ci sono docenti che fanno anche meglio di papà ma sono castrati dalla burocrazia che non serve ad altro che a mantenere un controllo sull’educazione al pensiero libero”.

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