Il rischio, ora, è quello di illudersi. Perché una volta evaporata l’euforia, i problemi saranno esattamente lì dove erano stati lasciati solo qualche giorno prima. E la vittoria per 4-1 sul Real Madrid di domenica sera, ottenuta grazie all’autogol di Varane e ai tre rigori fischiati contro le meringhe, potrebbe trasformarsi in un paradosso. Almeno per il Valencia. Quella che a prima vista potrebbe sembrare una dichiarazione di forza da parte di una squadra data per spacciata alla vigilia, rischia infatti di rappresentare poco più di un colpo estemporaneo. Colpa di una situazione surreale dove la componente tecnica e quella amministrativa del club sono in guerra aperta da tempo. Un conflitto che ha preso quasi subito le sembianze di una barzelletta che non fa ridere nessuno. Soprattutto i tifosi.

L’incubo inizia a prendere forma a luglio, quando il club affida la panchina a Javi Gracia. Sembra l’inizio di un nuovo progetto tecnico credibile, ma l’illusione dura appena qualche settimana. Nel presentare il nuovo tecnico, infatti, il presidente Anil Murthy indica gli obiettivi stagionali utilizzando la vaga espressione “il luogo che corrisponde al Valencia”. In molti però hanno iniziato a domandarsi se, per trovare questa terra promessa, fosse necessario utilizzare la bussola del blasone passato o quella di un presente che sa di ridimensionamento. Il primo indizio è arrivato qualche settimana dopo, nel giorno della chiusura della mercato estivo. In una sola sessione, il Valencia è stato fatto letteralmente a pezzi. Sette titolari sono stati ceduti. E per di più a prezzi abbondantemente al di sotto del loro valore di mercato. Il caso più eclatante è quello del capitano Parejo e di Coquelin, incartati, infiocchettati e regalati entrambi ai rivali del Villarreal per una cifra vicina ai 15 milioni totali. Una miseria. Senza dimenticare Garay che è stato salutato e svincolato, Rodrigo (ceduto al Leeds per circa 30 milioni di euro), Ferran Torres (venduto al Manchester City per 40) e Piccini (parcheggiato all’Atalanta in prestito con diritto di riscatto).

Il peggio, però, deve ancora arrivare. Perché degli oltre 100 milioni racimolati sul mercato, il Valencia non ne ha reinvestito neanche uno. Nel vero senso della parola. Tutte le facce nuove, se così si possono chiamare, sono quelle degli esuberi tornati alla base dopo un periodo in prestito. Così tutti gli occhi si sono spostati su Javi Gracia. L’allenatore ha ringraziato la squadra per l’impegno mostrato, poi ha rassegnato le dimissioni. Un epilogo scontato, se non fosse per un piccolo dettaglio. Il presidente Murthy, infatti, ha affermato che il tecnico è libero di andare via in qualsiasi momento. A patto però che paghi una penale di 3 milioni di euro. Tutto risolto, dunque. Perché Gracia è rimasto al suo posto, limitandosi a rimettere il proprio incarico nelle mani del presidente e a rilasciare un comunicato in cui si diceva “perfettamente consapevole fin dal primo momento che la rosa sarebbe stata ricostruita” ma non avrebbe mai pensato che questo significasse “tante cessioni e nessun acquisto”.

Qualche settimana più tardi Anil Murthy ha voluto chiarire quelle che sarebbero state le nuove strategie del club. “Dobbiamo abbassare il monte ingaggi – ha sottolineato – che significa vendere i giocatori con salari alti che hanno ancora meno di due anni di contratto. In più alcuni di questi stanno invecchiando e sono più propensi a infortunarsi. Non possiamo mantenerli”. Così ecco che la scorsa settimana Javi Gracia è stato costretto a ingoiare l’ennesimo rospo. Dato che nell’ultimo giorno di mercato l’Arsenal ha acquistato dall’Atletico Madrid Thomas Partey dietro il pagamento della clausola di rescissione, i materassi hanno ottenuto una proroga di un mese per sostituire il ghanese. E hanno pensato bene di fare un’offerta per Geoffrey Kondogbia. Anil Murthy ha telefonato subito a Javi Gracia per tranquillizzarlo. Poi ha ceduto il calciatore ai colchoneros per meno di 15 milioni. “Il presidente mi ha chiamato per dirmi che il giocatore non se ne sarebbe andato – ha raccontato il mister – ogni altra parola è superflua. Qualcuno dovrebbe venire qui e spiegare la cessione di Kondogbia. Io sono qui per allenare”.

Una cessione che sembra aver fatto calare il sipario sul progetto tecnico del Valencia, iniziato a maggio del 2014 con l’acquisizione del club da parte dell’imprenditore di Singapore Peter Lim. Un regno lungo sei anni che ha portato un dote una Coppa del Re, due quarti posti, un ottavo di Champions League. Oltre che un’abbondante dose di caos. Il progetto del nuovo Mestalla è completamente fermo. I ricavi del club, anche per colpa del coronavirus, sono in picchiata. Le idee per aumentare i ricavi in un futuro relativamente breve sono piuttosto fumose. In compenso il Valencia ha cannibalizzato sette allenatori diversi (Pizzi, Nuno Espirito Santo, Gary Neville, Pako Ayestarán, Cesare Prandelli, Marcelino, Celades. Senza dimenticare le innumerevoli volte che Voro è stato chiamato a fare il traghettatore) e ha accumulato quasi 200 milioni di ulteriori debiti (all’arrivo di Lim ammontavano a circa 370 milioni). E pensare che dopo il suo primo anno da presidente Lim aveva dichiarato: “La prima cosa che dovevamo fare era dare stabilità economica al club. Ora le basi ci sono. Abbiamo stabilizzato la situazione con le banche e i creditori, iniettando soldi liquidi nel Valencia. Ora vogliamo metterlo nella posizione economica di poter competere ogni anno ad alti livelli”. Parole che suonano come una beffa. Soprattutto adesso che in Spagna pensano che quel “luogo che corrisponde al Valencia” coincida grosso modo con la lotta per non retrocedere. O, peggio ancora, per non sparire.

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