Una contrazione dell’attività economica più forte nel Nord industriale. Ma con impatti, dal punto di vita dei posti di lavoro e dunque della perdita di reddito, molto più pesanti al Sud dove sono più diffusi i contratti di lavoro temporanei, cioè precari: quelli che si sono interrotti nonostante il blocco dei licenziamenti. Così il coronavirus allarga l’eterno divario italiano. A descrivere come la pandemia abbia colpito in maniera differenziata le diverse parti del Paese è la Banca d’Italia, nel rapporto ‘L’economia delle regioni italiane – Dinamiche recenti e aspetti strutturali‘.

“La diffusione dell’epidemia di Covid-19 ha generato uno shock macroeconomico di entità eccezionale e di durata incerta“, scrivono gli analisti, “e nei primi sei mesi del 2020 l’attività economica si è fortemente ridotta rispetto al corrispondente periodo del 2019. Secondo l’indicatore trimestrale dell’economia regionale elaborato dalla Banca d’Italia (Iter), la flessione è stata più marcata al Nord, coerentemente con l’insorgenza precoce della pandemia in tale area geografica”. Da marzo anche l’occupazione ha subito le ripercussioni dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti di sospensione delle attività e il calo si è accentuato nel secondo trimestre: in base alla Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat l’occupazione, al netto dei fattori stagionali, si è ridotta rispetto al trimestre precedente dell’1,2 per cento nel Nord, dell’1,1 al Centro e del 4,4 nel Mezzogiorno.

Più turismo e più precari: perché gli occupati sono calati soprattutto al Sud… – Perché questa disparità? Sulla maggiore riduzione del numero di occupati a Sud e nelle Isole hanno pesato sia la struttura produttiva più orientata verso le attività che hanno risentito in misura superiore degli effetti della pandemia, come il turismo, sia la diversa composizione dei contratti, più sbilanciata verso forme di lavoro temporaneo, spiega Bankitalia. A fronte di una diffusa flessione dell’occupazione autonoma (più elevata nel Nord Ovest), i vincoli ai licenziamenti e il ricorso alle integrazioni salariali “hanno limitato l’impatto della crisi sul lavoro a tempo indeterminato, che è risultato in lieve aumento al Centro Nord e sostanzialmente stabile nel Mezzogiorno”. Gli ultimi dati, disponibili solo a livello nazionale, “suggeriscono un parziale recupero nel numero di occupati in estate, sebbene i margini inutilizzati della forza lavoro restino ampi”.

…dove sono peggiorate di più le condizioni economiche delle famiglie – La crisi finora ha determinato un peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie, ma “soprattutto nel Mezzogiorno, dove è superiore la quota di famiglie in cui il principale percettore di reddito da lavoro è occupato in posizioni temporanee e in settori più esposti agli effetti della pandemia“. Il reddito delle famiglie è stato ovviamente sostenuto dagli ammortizzatori sociali, per chi ne ha avuto diritto. E “a supporto del reddito dei nuclei meno abbienti e non coperti da strumenti di altra natura, è stato introdotto il Reddito di emergenza, i cui beneficiari sono più concentrati nelle regioni del Sud e nelle Isole”. Ma un’indagine straordinaria condotta a Bankitalia tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2020 ha mostrato che nelle regioni meridionali, nonostante il recupero estivo, “è rimasta più elevata la quota di famiglie che dichiarano perdite superiori al 50 per cento“. In generale, invece, la quota di nuclei che dichiarano di aver subito dall’inizio della pandemia un calo del reddito è stata pari a poco meno del 30 per cento, in miglioramento rispetto al dato dell’edizione di aprile-maggio secondo cui la riduzione del reddito aveva interessato circa la metà delle famiglie.

Del resto, la crisi economica ha colpito maggiormente le famiglie appartenenti ai quinti più bassi della distribuzione del reddito da lavoro equivalente, “la cui concentrazione è maggiore nel Mezzogiorno”. E “nell’area è anche più elevata la quota di famiglie il cui principale percettore di reddito da lavoro è un lavoratore dipendente con contratto a tempo determinato o occupato in settori come quello turistico e ricreativo, che più hanno risentito degli effetti della pandemi inoltre nelle famiglie meridionali è inferiore la percentuale di occupati che hanno la possibilità di avvalersi del lavoro a distanza”.

Rischio aumento delle crisi di impresa – In seguito all’epidemia, le analisi di Banlitalia mostrano che a fine anno si potrebbe registrare un forte incremento della quota di società in condizioni di insufficienza patrimoniale: il 12,4 per cento a livello nazionale. Fabrizio Balassone, capo del Servizio Struttura economica di Via Nazionale, ha però precisato che “non si può definire una previsione. C’è una tendenza all’aumento, che è significativo, ma non è possibile prevedere” il dato finale. Nel rapporto si legge infatti che l’aumento sarebbe notevolmente mitigato dagli aiuti del governo. Gli ultimi dati disponibili riguardanti le società di capitali indicano che nel 2018 la sottocapitalizzazione risultava più diffusa nel Centro e nel Mezzogiorno, dove la quota di imprese in stato di crisi era pari all’8 per cento, contro poco più del 6 al Nord (7,2 a livello nazionale). Recenti analisi mostrano che, in molti casi, il manifestarsi della sottocapitalizzazione anticipa la conclusione dell’attività di impresa. Tra le società di capitali attive nel periodo 2011-15, infatti, circa il 60% di quelle entrate in stato di crisi in un dato anno risultava non più operativo a tre anni di distanza.

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