La curva sale molto più rapidamente di quanto qualcuno sostiene. Se va avanti così, i posti di terapia intensiva creati finora e anche quelli annunciati saranno saturi nel giro di un mese”. Alessandro Vergallo è il presidente del sindacato degli anestesisti rianimatori Aaroi-Emac. Non fa allarmismo, guarda i dati. “I casi totali sono 7 volte inferiori rispetto a quelli di marzo e sono spalmati in tutta Italia anziché concentrati solo in alcune regioni. Ma ci vogliono due settimane perché il virus arrivi, si annidi, si replichi e cominci a fare i danni che portano ai nostri reparti. La curva negli ultimi 10 giorni mostra numeri più che raddoppiati arrivando a quasi 800. Ecco perché la nostra preoccupazione è per quel che succederà tra due settimane”. La preoccupazione che i reparti siano presto saturi va di pari passo con quella che non ci siano gli anestesisti e rianimatori a presidiarli.

All’appello ne mancherebbero almeno 4mila. Ma lo denunciavate già nel 2018, in epoca pre-Covid. Perché ci ritroviamo a questo punto?
Perché negli anni scorsi sono state adottate politiche di reclutamento del personale sanitario e di formazione specialistica completamente miopi. Nel pubblico ci sono 12mila specialisti, 18mila totali. Ne mancano 4mila per coprire il fabbisogno ordinario. E in questi anni come oggi abbiamo sopperito con gli straordinari più o meno pagati. Ma da dieci anni denunciamo la situazione, non ci hanno ascoltati. E ora siamo a questo punto.

Chi ha sbagliato?
La politica. Nel 2014 il ministro Carrozza riformò il sistema formativo post universitario delle Facoltà di medicina istituendo il “concorsone unico” al posto di concorsi separati per le singole specialità in base al fabbisogno nazionale. L’intento era di arginare le “baronie”, giustamente, ma creò l’imbuto per alcune specialità non particolarmente attraenti come quella degli anestesisti e dei rianimatori. Da allora a fronte di un concorso unico si sceglie la specialità dopo, ma il rianimatore non è proprio la prima scelta. Anzi, oggi succede che un aspirante dermatologo finisca per scegliere la specializzazione in ARTID (Anestesia Rianimazione e Terapia del Dolore) solo perché è finito negli ultimi posti in graduatoria e non per una reale scelta professionale.

Lo avete fatto presente?
A tutti i ministri, Speranza compreso. Abbiamo spiegato in tutti i modi che era una scelta miope che avrebbe impedito di fare una seria programmazione, quanto sta succedendo – per quanto imprevedibile – dimostra che avevamo ragione. Col ministro Grillo si era intavolato un tentativo di rimediare, poi tutto è tracimato nell’emergenza.

Perché ci sono pochi anestesisti?
La nostra disciplina è una delle ultime ad essere scelta. E’ particolarmente impegnativa, tra le peggiori sotto il profilo della qualità della vita tra le peggiori perché ti obbliga a fare turni di notte, festivi, Pasqua, Natale e Capodanno compresi. E sotto il profilo economico tra le meno gratificanti. L’anestesista è prevalentemente ospedaliero, non esercita in studi privati. In sostanza abbiamo lo stesso contratto e trattamento economico dei colleghi che fanno un orario diurno, senza guardie, notti e festivi. E questo, quando un giovane deve scegliere la sua specialità, è condizionante.

Cosa ha fatto il governo?
Quest’ultimo anno la politica si è svegliata sull’onda del Covid e ha quasi raddoppiato le borse di studio portandole da 900 dello scorso anno accademico a poco più di 1500. E’ stato un intervento sostanziale ma i primi risultati purtroppo li vedremo tra 5 anni, perché tanto dura la specializzazione e l’immissione in ruolo non può avvenire prima del quarto anno.

Ma non ci sono 14.500 specializzando pronti a entrare in corsia?
Sulla carta, ed è un altro effetto scellerato del “concorso unico”. Sono lì fermi in attesa perché se fai un concorso di quelle proporzioni è chiaro che finisce impallinato da ricorsi, legittimi o meno che siano. A nostro avviso si sarebbe dovuto prevedere magari sì un concorso unico nazionale, ma distinto per scuole di specializzazione (tenendo conto delle cosiddette affinità ed equipollenze tra le varie discipline). Questa potrebbe essere una soluzione che corregge (tra altri problemi) il problema delle borse perse, correggendo in tal senso il provvedimento del 2014 che di fatto ha impedito di programmare le specialità di cui il Paese ha bisogno. Cosa che “scopre” solo ora, ma a carissimo prezzo.

Se tra un mese i posti di TI sono sguarniti come si fa?
Purtroppo si fa come si è sempre fatto. Facendo leva sul senso di responsabilità della categoria che fino alla fine continuerà a presidiarle lavorando di straordinari, di doppi turni, e così via. Abbiamo sempre fatto così e continueremo a farlo, ma è chiaro che – evitato il peggio – se come sembra dovremo convivere a lungo col virus non si potrà continuare in eterno. Per questo ribadiamo che serve intervenire prima possibile sulla formazione e sul sistema di accesso, oltre che sull’appetibilità della nostra professione.

Ma ci sono Paesi che reclutano anestesisti da altri?
Sì certo, ma solitamente sono gli italiani che vanno all’estero e mai il contrario, per i motivi che le ho detto. I nostri colleghi europei guadagnano in media il 30% in più. Se un indiano o un russo volessero lavorare all’estero andrebbero in Germania, non certo in Italia.

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