“L’unica soluzione è questa: ricalendarizzare le attività della nostra quotidianità, spostando verso gli orari di morbida parte delle attività dei grandi attrattori di traffico. Non solo le scuole ma anche, dove possibile, le attività economiche”. Secondo Gabriele Grea, docente di Economia della mobilità urbana alla Bocconi di Milano, è questa l’unica strada da intraprendere per affrontare il problema dei trasporti nel momento in cui i contagi da Covid-19 sono iniziati a salire. “Non ci si può aspettare che l’offerta di trasporto pubblico sia in grado di adeguarsi a un aumento dei flussi combinato con regole di distanziamento che prevedano passeggeri a un metro l’uno dall’altro. E mettere più mezzi in strada comporta oltre un certo limite problemi riorganizzativi complessi e di risorse limitate”.

Vedendo certe immagini di mezzi affollati, sembra però che le aziende di trasporto pubblico locale si siano fatte trovare impreparate.
È una percezione almeno in parte distorta. L’industria del trasporto pubblico locale è caratterizzata da una inelasticità intrinseca al sistema. Le aziende hanno riserve di mezzi per gestire delle fluttuazioni naturali legate per esempio a eventi straordinari o guasti. Queste riserve, per una questione di efficienza del sistema, sono tarate su modelli storici o predittivi di tipo statistico. Raddoppiare le corse negli orari di punta vorrebbe dire quasi raddoppiare il parco mezzi, senza contare il personale di guida. Ma nessuna azienda poteva prevedere né permettersi una immobilizzazione di risorse di questa portata, da utilizzare in caso di pandemia.

Però si possono aggiungere autobus per un tempo limitato, magari noleggiando quelli turistici al momento non utilizzati.
Sicuramente bisogna ricorrere a tutte le risorse disponibili, e questo va bene per alcune tipologie di servizi come ad esempio quelli scolastici dedicati. Ma al di là delle modalità con cui si reperiscono i veicoli, è significativo l’aspetto del coordinamento. Bisogna cioè capire come metterli sulla strada e organizzare i turni. All’interno dei contratti di servizio c’è spazio per variazioni nelle situazioni di emergenza, qui però non si tratta della necessità di un adattamento in termini di variazione di chilometri offerti su determinate tratte, ma di una revisione profonda dei servizi e conseguentemente di tutte le partite economiche che stanno dietro.

Di risorse dunque.
Le aziende hanno problematiche significative dal punto di vista della sostenibilità economica e finanziaria. Sono in affanno dopo aver garantito nei mesi scorsi i servizi a fronte di un calo della domanda superiore al 50%, a cui è corrisposto un calo delle entrate da vendita dei biglietti. È inoltre difficile pianificare un’espansione del servizio nel momento in cui si comincia a parlare di un nuovo possibile lockdown che la rimetterebbe in discussione.

Qual è allora la soluzione?
Non dare per scontato che dobbiamo essere tutti per strada e dobbiamo tutti andare a scuola o al lavoro alla stessa ora. Nella speranza che non ci fosse una seconda ondata, sinora si è sottovalutata l’opportunità di riorientare una serie di attività verso gli orari di morbida, cercando di trovare una nuova distribuzione dei tempi della città da concordare con i principali attrattori di traffico, cioè scuole e attività economiche. Già a marzo e aprile si era parlato di aprire una riflessione sui tempi della città, è un discorso complesso che richiede una pianificazione che va al di là della gestione dell’emergenza. La domanda di trasporti si deve distribuire in modo più omogeneo lungo la giornata e di conseguenza l’offerta deve essere in grado di rispondere per un periodo più esteso, il che comporta, per chi fornisce il trasporto pubblico, la necessità di riorganizzare il servizio e i turni del personale.

Le aziende di trasporto fanno notare che la capienza massima degli autobus è calcolata su sei passeggeri al metro quadro. Il limite dell’80% confermato in questi giorni dal ministero dei Trasporti significa quasi cinque persone al metro quadro, cioè autobus pieni di gente. Non andrebbe riconsiderato tale limite?
Dobbiamo sfatare il mito del momento di mobilità come momento di maggiore pericolosità per i contagi. Ci sono studi, per esempio sulla metropolitana di Londra e sull’areazione dei veicoli, secondo cui non c’è una grande correlazione tra contagi e utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico. Sono studi robusti. Poi è chiaro che sono legati a contesti in cui vengono rispettati i protocolli. Le cose cambiano se la gente è ammassata, non mette la mascherina e sta sull’autobus più di 40 minuti. Ma questa non dovrebbe essere la norma.

@gigi_gno

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