Era il 26 aprile 1986 quando il reattore numero quattro di Chernobyl esplose. Fu una catastrofe, il più grave incidente nucleare della storia. Tuttavia, dopo trent’anni, il territorio non appare più come un deserto post apocalittico, bensì come un’inaspettata oasi. A dirlo è l’Onu attraverso la sua agenzia Unep (United nations environment programme) che festeggia la “terza riserva naturale più grande dell’Europa continentale” come iconico “esempio di resilienza della natura”. Ci sono gli orsi, i lupi, le linci, i bisonti, i cervi, i fagiani di monte, mentre gli alberi sono cresciuti formando una foresta fitta e rigogliosa. Tutto questo è stato possibile perché intorno alla centrale nucleare, proprio per motivi di sicurezza, è stata creata una zona di alienazione, la Chernobyl exclusion zone (CEZ): 2.800 chilometri quadrati a nord dell’Ucraina. Più di 100mila persone furono costrette ad abbandonare le loro case, lasciando vuote due grandi città e più di cento villaggi e fattorie.

“Il motivo di un ritorno della natura si spiega con tre decenni d’isolamento e divieto di qualunque attività umana”, spiega a Ilfattoquotidiano.it l’etologo Luca Caviglia. Ma hanno giocato forza anche altri due fattori: “La zona si è ripopolata perché nella vicina Bielorussia, anch’essa colpita dal disastro di Chernobyl, è stata istituita la Riserva radiologica di Polesskiy, questo ha favorito un passaggio di animali tra le due nazioni e si sta, per l’appunto, lavorando perché nasca un’area protetta transfrontaliera”. E poi ci sono stati veri e propri interventi da parte dell’uomo: “Nella zona di esclusione sono stati rilasciati esemplari di bisonte europeo e nel periodo compreso tra il 1998 e il 2004 anche alcuni cavalli selvatici di Przewalski, il parente più prossimo al nostro cavallo domestico”. L’Unep sta supportando questa rinascita lavorando assieme al ministro dell’ambiente dell’Ucraina, attraverso un progetto di sei anni – lanciato nel 2015 – che mira a rendere Chernobyl una riserva della biosfera nazionale. Il progetto è finanziato dalla Global environment facility e s’intitola “Conserving, enhancing and managing carbon stocks and biodiversity in the Chernobyl exclusion zone”. Per quanto riguarda il pericolo radiazioni, l’Unep ribadisce che la maggior parte della radioattività rilasciata dal reattore ormai è decaduta: già dopo un mese dall’incidente rimaneva solo una piccola percentuale della contaminazione iniziale, mentre dopo un anno la contaminazione era scesa a meno dell’1%.

Per l’ingegnere ex-nucleare Alex Sorokin, però, non ci si deve far prendere da una lettura superficiale di questo dato. “È verissimo quanto dice l’Unep, oggi la radiazione nella zona intorno a Chernobyl è molto inferiore a quella dopo l’esplosione, ma questo non vuol dire che le radiazioni siano diventate innocue”, ragiona Sorokin al Fatto.it. “Gli effetti delle radiazioni su organismi viventi si accumulano nel tempo”, quindi “un’esposizione prolungata alle radiazioni presenti oggi nell’area provoca una probabilità di ammalarsi di cancro inaccettabile per gli esseri umani”. Ovviamente gli animali invadono il territorio senza l’uomo, “inconsapevoli dei rischi che corrono”, ma è probabile “vivano meno a causa di tumori provocati dalle radiazioni”. La durata dell’esposizione è infatti un elemento spesso trascurato quando si parla dei rischi da radiazioni. “Gli effetti negativi provocati dal breve attimo di una radiografia sono ritenuti accettabili perché controbilanciati dal beneficio diagnostico. Ma se esponiamo il nostro corpo a quella stessa intensità di radiazione per un periodo prolungato di mesi o anni, allora questo provoca effetti piuttosto gravi”.

Ad un lettore non del settore, leggere che soltanto un anno dopo l’incidente le radiazioni sono diminuite del 99%, farebbe intendere che dopo trent’anni dovrebbero essere sparite, ma non è affatto così. “Nei primi mesi dopo l’incidente la radioattività di elevata intensità era generata prevalentemente dai radionuclidi a decadimento rapido, come iodio-131 o cesio-134, che hanno tempo di emivita di qualche giorno”, spiega sempre l’ingegnere, “ma successivamente restano attivi i radionuclidi a decadimento lento, che durano migliaia di anni”. Pertanto, “negli anni la radioattività diminuisce, ma i tempi di riduzione diventano sempre più lunghi, e le radiazioni non scendono mai a zero”. La narrazione di una natura vittoriosa su tutto, comprese le radiazioni, non convince neanche l’etologo Caviglia: “È una tesi sostenuta fin dagli anni 90 da progetti di studio condotti e finanziati dall’Aiea (Agenzia internazionale energia atomica, ndr)”, tuttavia, “nel 2020 Timothy Mousseau, professore dell’Università della Carolina del Sud, e Anders Møller, ornitologo e biologo evoluzionista dell’Università Pierre e Marie Curie di Parigi, sulla base di tecniche di indagine innovative messe a punto a Fukushima, hanno confermato a Chernobyl la correlazione tra alti livelli di radiazioni e una riduzione dell’abbondanza della fauna selvatica”.

In particolare, “tra mammiferi, uccelli, insetti i cali più significativi superiori al 60%, riguardano le specie dall’areale ristretto”. La nube radioattiva si è diffusa sotto l’azione dei venti a macchia di leopardo e gli effetti sulla distribuzione della fauna selvatica sono stati dimostrati sperimentalmente: “In un ulteriore lavoro, Mousseau e Møller hanno allestito all’interno della zona di alienazione duecento nidi artificiali per cinciallegre e balia nera e verificato che gli uccelli sceglievano i nidi corrispondenti alle aree con minore radioattività”, conclude Caviglia. “Bisogna gioire per l’innegabile ritorno di una biodiversità, ma senza lasciarsi andare a facili entusiasmi, dimenticando che la contaminazione radioattiva continua ad influenzare gli ecosistemi e gli effetti a lungo termine sono ancora tutti da indagare e comprendere”.

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