La condanna di Alessandro Profumo, oggi alla guida di Leonardo, fa esplodere le contraddizioni sui requisiti di onorabilità dei manager di Stato. Una Babele di norme in cui i capi azienda rischiano solo se l’etica prevale o se la politica s’impone. La stessa politica che si è tenuta le mani libere, così come hanno fatto le società. Il Movimento 5 Stelle, o meglio la sua componente parlamentare (i capi tacciono), ha chiesto le dimissioni del manager, per anni alla guida di Unicredit, e poi di Mps prima di approvare all’ex Finmeccanica. Profumo è stato condannato in primo grado a 6 anni nel processo sulla contabilizzazione dei derivati del Montepaschi quando ne era presidente. Tra le altre cose, ha preso 5 anni di interdizione dei pubblici uffici e due di interdizione dalla contrattazione con la Pubblica amministrazione e dalla rappresentanza delle società. Il colosso della difesa ha fatto sapere che non è obbligato a dimettersi: non è una condanna definitiva e lo statuto non prevede regole più stringenti di quelle generali.

Profumo è la cartina di tornasole dell’ipocrisia della politica. Ad aprile è stato riconfermato dal governo Conte – in quota Pd – nonostante fosse a rischio, perché imputato in due procedimenti milanesi per i suoi trascorsi in Mps, e in uno a Bari per il crac Divania (quando era in Unicredit). Tre anni prima, l’allora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, azionista di controllo di Finmeccanica, modificò in extremis la direttiva del predecessore, Fabrizio Saccomanni, per poter nominare Profumo, allora rinviato a giudizio per usura bancaria dal Tribunale di Lagonegro, e in Eni Claudio Descalzi, accusato di corruzione internazionale per la vicenda del giacimento Nigeriano Opl245. Padoan riscrisse le regole con una direttiva pubblicata dopo che le nomine nelle grandi società partecipate di Stato erano state ufficializzate, ma datata due giorni prima della scadenza (la data sul sito del Tesoro fu scritta a mano): riscriveva la direttiva Saccomanni del 2013 eliminando i requisiti rafforzati di onorabilità, che prescrivevano l’ineleggibilità per chi fosse rinviato a giudizio, tra l’altro, per reati finanziari o corruzione e la decadenza con condanna anche non definitiva.

La direttiva Saccomani ha una storia travagliata. Fu emanata dopo l’arresto per corruzione dell’allora ad di Finmeccanica, Giuseppe Orsi (poi assolto nel 2018). Invitava le partecipate di Stato a inserire una “clausola etica” negli statuti per recepire i nuovi requisiti. Le assemblee dei soci di Eni, Finmeccanica e Terna (rete elettrica) rigettarono la proposta, con i fondi esteri azionisti che misero in minoranza l’azionista pubblico con la motivazione che la clausola destabilizzava le società quotate, i cui vertici non possono dipendere da procedimenti giudiziari che non si sono conclusi. Solo Enel la introdusse, salvo poi ammorbidirla due anni dopo (i vertici decadono solo in caso di condanna).

La Babele, però, è continuata. In Fincantieri, per dire, l’azionista di controllo, Cassa Depositi e Prestiti, prima inserì la clausola e poi la tolse. La stessa Cdp, su indicazione del Tesoro azionista, fece lo stesso per permettere 2015 l’insediamento all’allora ad Fabio Gallia, voluto da Matteo Renzi, su cui pendeva una citazione in giudizio della procura di Trani per la sua attività in Bnl-Paribas. Nelle Ferrovie si è arrivati al capolavoro: la clausola fu inserita, ma con la previsione che il cda potesse valutare la gravità del rinvio a giudizio. Nel giugno 2018, quando l’allora ad Renato Mazzoncini, renzianissimo, fu rinviato a giudizio per una vicenda legata ai contributi statali a una partecipata delle Fs, il Cda si riunì e lo assolse chiedendo pure ai due ministeri di riferimento (l’azionista Tesoro e il vigilante Trasporti) di di sopprimere la clausola etica. Per tutta risposta il neo ministro Danilo Toninelli fece decadere il cda e il governo gialloverde poté nominarsene uno suo.

La politica poteva almeno usare la direttiva Saccomanni per evitare di nominare manager a rischio. Invece l’ha archiviata e l’ultima direttiva, firmata da Roberto Gualtieri, prevede addirittura che i manager candidati autocertifichino che è tutto a posto, specie sui conflitti d’interessi. Ad aprile Descalzi è stato riconfermato in Eni nonostante sia a processo per reati gravissimi. Se a gennaio dovesse essere condannato toccherà a lui scegliere se dimettersi. A questo si riduce la Babele normativa: a schermare i manager e i loro danti causa.

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