Mai come quest’anno la mezzanotte del 31 dicembre si caricherà di speranze: anno nuovo, vita nuova. Ma in molte case la fine dell’anno coinciderà con la fine del blocco degli sfratti, e per molte famiglie il 2021 potrebbe rivelarsi l’anno peggiore. Sono infatti centinaia di migliaia le richieste di sostegno al pagamento dell’affitto presentate nel 2020, persone che il Covid ha gettato in una condizione di precarietà abitativa che trova l’Italia impreparata. Soltanto a Roma, il bando straordinario dello scorso maggio ha raccolto 49mila richieste, a fronte delle 15mila dell’ultimo bando pre Covid. Siamo a ottobre e quelle accolte non superano il dieci per cento, per un’unica erogazione di poche centinaia di euro mentre l’obiettivo dichiarato era di coprire fino al quaranta per cento dell’affitto mensile. Nella Capitale, a sei mesi dal bando i pochi che hanno visto accolta la domanda riceveranno 250 euro una tantum. Quanto agli ulteriori 140 milioni inseriti dal governo nel Cura Italia, anche questo risalente a maggio, la ripartizione dei fondi decretata dal ministero di Infrastrutture e Trasporti è arrivata la settimana scorsa. La palla passa ora alle Regioni, che a loro volta dovranno ripartirli mettendoli a disposizione dei Comuni.

“Conseguenze dell’incapacità di fare sistema sulle politiche abitative”, spiega il politologo dell’Università di Padova, Paolo Graziano. “A differenza di paesi come la Francia, da noi le competenze sono troppe e non coordinate”, spiega. E rilancia: “Paghiamo la tradizionale sottovalutazione degli aspetti attuativi da parte delle nostre classi politiche” (leggi). Insomma, siamo più bravi a dire che a fare. Ma non si tratta solo di burocrazia. Al netto di soldi per le case popolari che sono stati dirottati o dimenticati dalle regioni, come il miliardo del fondo ex Gescal fermo da vent’anni su un conto di Cassa depositi e prestiti (leggi), le risorse sono scarse: “Il confronto con le altre grandi economie Ue è impietoso”, commenta Graziano, membro dell’Osservatorio internazionale sulla coesione sociale, ente che ha più volte denunciato come le politiche abitative siano diventate la vera Cenerentola del welfare nostrano. L’Italia dedica alla casa appena lo 0,2 per cento di tutta la spesa sociale. In Germania siamo oltre il due, e la Francia arriva al 2,5 percento. E se la questione non è mai entrata nelle priorità dei governi, negli ultimi anni le cose sono ulteriormente peggiorate. A fronte di stanziamenti superiori anche ai 300 milioni di euro negli anni precedenti alla crisi del 2008, nel 2015 il Fondo nazionale per il Sostegno alla locazione riceve una dotazione di 100 milioni. In quell’anno la spesa italiana in politiche per la casa è di 9,6 euro per abitante, contro i 206 euro della Germania, i 272 euro della Francia e i 538 euro del Regno Unito. Eppure siamo riusciti a far peggio. Per il 2016, 2017 e 2018 lo stanziamento è zero. Non può stupire che le liste di attesa per le case popolari diano risposta ad appena un terzo delle richieste, con graduatorie comunali che contano più di 600mila persone.

“Senza contare quelle che non fanno domanda perché nemmeno ci sperano più: evidente che in Italia ci sia un vulnus culturale sulla questione casa”, attacca Massimo Pasquini, segretario nazionale dell’Unione inquilini, sindacato che sta promuovendo le Giornate Sfratti Zero perché il blocco sia prorogato e utilizzato per avviare finalmente un approccio strutturale. La prova? “Nemmeno nelle linee guida per il Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che presenteremo per incassare i 200 miliardi del Recovery fund, il governo spende una parola sulla precarietà abitativa”. Perché, ancor prima delle risorse, serve un piano: “Da 1999 ad oggi sono stati spesi 4 miliardi di euro, e il problema non l’abbiamo risolto”, spiega Pasquini, che suggerisce di partire dal recupero del patrimonio pubblico: “In Italia c’è un milione di metri cubi, tra pubblico e privato, totalmente inutilizzati”. Il risultato? Un’altra classifica che ci vede agli ultimi posti in Europa. È quella sul patrimonio immobiliare destinato all’edilizia residenziale pubblica. La Francia, per citare un esempio virtuoso, ha il triplo delle case popolari. A mettere una pezza al Piano di rilancio e resilienza ci ha provato l’economista e deputato di Leu Stefano Fassina in Commissione bilancio. Nella relazione della commissione sulle priorità del Recovery fund approvata alla Camera si legge: “Misure efficaci per il contrasto del disagio abitativo, favorendo l’aumento dell’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica a canone sociale, anche attraverso un apposito Piano nazionale”. E proprio sul piano, che ancora non c’è, l’Italia gioca la sua corsa contro il tempo. Secondo l’Istat, la crisi legata al Covid ci costerà il 9 per cento della forza lavoro già nel solo nel 2020. “Precarietà del lavoro significa precarietà abitativa”, dice Fassina a ilfattoquotidiano.it, e ricorda come nella sola Roma siano state 160mila le persone che hanno chiesto un pacco alimentare. Ma Fassina ribadisce che quello sulla casa è innanzitutto un investimento: “L’edilizia, soprattutto quando è sostenibile, è un settore labour intensive, con un enorme impatto anche sull’indotto. Un’obiettivo che dobbiamo inserire anche nell’aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) in discussione”, aggiunge ribadendo l’importanza del fattore tempo.

“Per ora siamo ancora in una fase di solidarietà nazionale e il blocco degli sfratti sta favorendo un’inedita quantità di accordi tra proprietari e affittuari”, racconta l’avvocato Guido Lanciano, coordinatore nazionale dell’Ufficio legale dell’Unione inquilini. “Ma l’80 per cento di questi accordi si concluderà tra dicembre e gennaio, e se la parte del canone promessa dalle istituzioni non arriva o è insufficiente come si può pensare che durino?”, chiede Lanciano, che per il 2021 prevede un’impennata di richieste di sfratto per morosità. Il prossimo 27 ottobre è previsto un tavolo per impostare il lavoro sul Piano casa. Insieme al ministro Paola De Micheli e ai rappresentanti di inquilini, si riuniranno Federcasa, enti locali e tecnici. Quello da colmare in pochi mesi è un vuoto lungo trent’anni, forse il nodo più grosso tra i tanti che vengono al pettine a causa del Covid. Perché alla “persona” che nel Piano di ripresa e resilienza il governo vuole mettere “al centro della politica”, probabilmente servirà anche un tetto.

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