L’Italia finalmente investirà di più in ricerca: 15 miliardi nei prossimi cinque anni. Non abbastanza per arrivare ai livelli della Germania, che spende per quel capitolo l’1% del suo Prodotto interno lordo, ma sufficienti per raggiungere la Francia che vi dedica lo 0,75% del Pil. Almeno questo è il programma, stando alle parole del ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, che in questi giorni ha confermato di aver firmato un progetto di investimento “per cercare di portare l’Italia agli standard europei”. Impresa da finanziarsi con il Recovery Fund e per la quale negli ultimi mesi sono stati lanciati diversi appelli. Ugo Amaldi, fisico del Cern (Organizzazione europea per la ricerca nucleare) e presidente emerito Fondazione Tera, aveva esposto la sua proposta in un pamphlet contenuto nel saggio a più firme ‘Pandemia e Resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la Covid-19’, pubblicato dalla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili. Il Piano Amaldi è stato poi trasformato in un hashtag su Twitter e sul web dal ricercatore dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare Federico Ronchetti, che ha anche lanciato una petizione sulla piattaforma change.org, raccogliendo oltre 16mila firme.

SE LA GERMANIA È TROPPO LONTANA – “Il progetto del ministro il termini di investimento – spiega Ronchetti a ilfattoquotidiano.it – raccoglie non tanto la proposta di Amaldi, che guardava più alla Germania, ma quella contenuta in una lettera indirizzata al premier Giuseppe Conte, firmata da nomi di primo piano del mondo della ricerca (Amaldi compreso) e pubblicata dal Corriere della Sera. Lì si chiede di aumentare il finanziamento alla ricerca pubblica di circa un miliardo di euro ogni anno per cinque anni”. Se si tiene conto che ogni anno va rifinanziato anche l’aumento deciso l’anno prima, fanno quindici miliardi in 5 anni. Proprio la cifra ipotizzata dal ministro che in un’intervista a Repubblica ha spiegato: “Dopo alcuni incontri con il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, abbiamo trovato un’indicazione precisa: al nostro ministero arriveranno 12-15 miliardi in un quinquennio. Tra i 2,4 e i 3 miliardi l’anno”.

IL PIANO AMALDI E LA PETIZIONE – Nella lettera, firmata tra gli altri anche dal presidente del Cnr Massimo Inguscio e dal fisico della Sapienza Luciano Maiani, vengono riportati i dati del Piano Amaldi sugli investimenti necessari per raggiungere Germania e Francia, ma sostanzialmente si chiede al governo di investire la cifra necessaria per raggiungere quest’ultima. “Un passo in avanti anche questo qualora fosse realizzato – commenta Ronchetti – ma meno ambizioso di quello immaginato nella proposta del fisico del Cern e che ho sostenuto anche io sul web”. Dati alla mano: l’Italia investe ogni anno lo 0,5% del Pil in ricerca pubblica, ossia circa 9 miliardi di euro (6 miliardi per la ricerca di base e 3 miliardi per quella applicata). La Francia ne investe 17, la Germania 30, i paesi del Nord Europa ancora di più. “Il #PianoAmaldi propone l’ambizioso obiettivo di aggiungere 1,5 miliardi al bilancio della ricerca pubblica (uno per quella di base e 0,5 miliardi per quella applicata) già nel 2021 – spiega Ronchetti – e continuare fino a raggiungere l’1,1% del Pil nel 2026. L’obiettivo è quello di ‘agganciare’ l’investimento della Germania”. In Italia si tratterebbe anche di un investimento sulle donne, che rappresentano il 47% dei ricercatori pubblici (in Germania e Francia sono al 35%).

GLI EFFETTI DEL GAP – Nella lettera che accompagna la sua petizione, Ronchetti ricorda che i mancati investimenti si traducono in penalizzazioni molto concrete per il nostro Paese. Basti pensare che in Europa esistono realtà accademiche che, “oltre ad essere delle vere e proprie fabbriche di cervelli – scrive il ricercatore – hanno un impatto economico enorme come il Politecnico di Zurigo e l’Imperial College di Londra, che presentano fattori di ritorno economico del loro finanziamento pubblico annuale pari a 5 volte o più”. Il Politecnico di Zurigo, per esempio, è uno dei 20 maggiori produttori di brevetti in Svizzera e ha uno spin-off di circa 50 industrie all’anno che si accaparrano una frazione significativa dei venture capitals della Confederazione. “La mancanza di questa cinghia di trasmissione in Italia – spiega Ronchetti – è dimostrata dal numero di brevetti depositati presso gli Uffici dei brevetti sia europeo sia americano. La Germania deposita circa il quintuplo dei brevetti italiani in Europa e dieci volte più brevetti dell’Italia negli Stati Uniti. L’Italia, insieme alla Spagna è il fanalino di coda in termini di brevetti depositati sia in Europa che negli Stati Uniti. Un quadro poco edificante di cui è consapevole anche il ministro che, intervenuto nel corso di ‘Progress’, su Sky TG24, ha sottolineato come sia in vista cambiamento. “Perché si è avuta la percezione che la ricerca sia qualcosa che interessa tutti. Questo è, quindi, un momento di grande responsabilità per i ricercatori – ha commentato – perché a volte sono stati un po’ autoreferenziali e hanno visto la ricerca come una loro proprietà. Adesso è fondamentale che la ricerca guardi anche all’impatto sociale e alla ricaduta che ha sui cittadini”.

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