“A noi bastano queste cinque righe… perché, detto molto trasparentemente, sono quelle che poi ci aiutano… perché un favore io a Briatore, se gli faccio dare tutti ‘sti soldi, lo devo fare, insomma”. Chi parla è Andrea Parolini, commercialista e consulente fiscale di Flavio Briatore. È il 23 marzo 2017 e negli uffici dell’Agenzia delle Entrate di Genova sta incontrando Walter Pardini, il direttore, insieme ad altre due funzionarie. Missione: liberare il Force Blue, il maxi yacht dell’imprenditore sequestrato nel 2010 e ancora sottoposto a confisca per reati fiscali. Le “cinque righe” sono una falsa attestazione che l’Agenzia, su richiesta di Briatore, avrebbe dovuto inserire nell’atto di conciliazione con Briatore stesso: una nota sull’incertezza applicativa della norma che lo aveva fatto condannare in primo grado per l’evasione di 3,6 milioni di Iva sul natante. Con questo falso – sostiene la procura di Genova – il manager sperava di essere assolto in appello e rimettere le mani sulla barca dal valore di 20 milioni. L’indagine per corruzione e tentato depistaggio, chiusa a febbraio scorso, ha già portato agli arresti domiciliari per Pardini e Parolini e alla sospensione dall’ufficio per le due funzionarie, Elena Costa e Claudia Sergi. L’avviso di conclusione delle indagini è solitamente il preludio della richiesta di rinvio a giudizio. E infatti, da quello che risulta al fattoquotidiano.it, nelle prossime settimane i pm Patrizia Petruzziello e Walter Cotugno chiederanno il rinvio a giudizio per tutti e cinque gli indagati: il quinto è proprio Briatore, che è accusato di corruzione aggravata (in concorso con Parolini) e rischia fino a dieci anni di carcere.

Il sequestro dello yacht – Per contestualizzare la vicenda bisogna tornare a maggio 2010, quando la guardia di Finanza sequestra il Force Blue al largo di La Spezia. A bordo ci sono Elisabetta Gregoraci, ex moglie di Briatore, con il neonato figlio Nathan Falco e alcuni membri dell’equipaggio. Gli inquirenti sospettano una frode fiscale avvenuta intestando lo yacht a una società con sede alle Cayman – la Autumn Sailing – che il manager amministrava di fatto. In questo modo, figurando come semplice charterista (cioè noleggiatore), evitava di sborsare 3,6 milioni di Iva all’importazione, non dovuta dai natanti che entrano in acque italiane a scopo commerciale. L’accusa regge fino in appello (a febbraio 2018 Briatore è condannato a 18 mesi, con la confisca dello yacht), ma la Cassazione annulla con rinvio per un vizio di forma. Al termine dell’appello bis, il 4 ottobre 2019, l’evasione è ormai prescritta. Ma la confisca è confermata: manca solo un grado di giudizio e se la sentenza sarà confermata il Force Blue diventerà definitivamente patrimonio dello Stato. Eventualità assai temuta dal patron del Billionaire, da sempre affezionato alla sua cattedrale del lusso di 62 metri, a cui, non a caso, ha dato le proprie stesse iniziali. Un simbolo di potere e ricchezza invidiato da vip e personalità di tutto il mondo. Ma, ormai da un decennio, ormeggiato alla marina di Sestri Ponente, a Genova, affidato a un custode giudiziario che ogni tanto lo mette in moto per scaldarlo, come si fa con le automobili in disuso.

La “proposta oscena” – Già dopo la condanna in primo grado Briatore è ansioso di ribaltare il verdetto, unica via per riottenere lo yacht. Il suo legale, Franco Coppi, suggerisce di tentare una conciliazione con l’Agenzia delle Entrate. E Parolini pensa subito a Pardini, di cui ha già avuto modo di notare alcune irrituali avances: in un precedente incontro, racconta ai pm, gli aveva parlato di “un amico, o un parente, che aveva investimenti in Kenya e che avrebbe avuto piacere di incontrare il sig. Briatore”. In realtà è Pardini stesso – definito dal gip, nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari, “persona particolarmente pericolosa e spregiudicata” – il proprietario di un resort sulla costa africana, in quel momento in difficoltà economica. E a chiedere a Briatore, in cambio del proprio interessamento, “di utilizzare le sue più che notorie conoscenze negli ambienti della mondanità al fine di procurare e convogliare clienti”. Per questo lascia a Parolini un “pizzino”, un foglietto di carta con il proprio telefono personale: “Adesso, se vuole fare qualche proposta oscena, la fa direttamente sul cellulare”, dirà poi, intercettato mentre parla con il professionista.

L’ipotesi: tentato depistaggio – Più che a una “proposta oscena”, quello di Briatore e Parolini somiglia a un trucco da azzeccagarbugli. Il manager accetta di versare all’Erario 3 milioni di euro, anche se non ne avrebbe interesse: difficilmente i suoi beni, affidati a vari trust esteri, sarebbero aggredibili. In cambio, però, pretende che nell’atto di conciliazione ci siano quelle “cinque righe” che contraddicono l’interpretazione che lo ha fatto condannare in primo grado: dicendo, cioè, che per l’esenzione dall’Iva non è necessaria l’esclusiva destinazione dello yacht al noleggio, ma basta che quella destinazione sia presente accanto alle altre. Avvalorando, in questo modo, la sua linea difensiva e accrescendo le speranze di assoluzione in appello. Una dichiarazione, scrive il gip, “finalizzata a fuorviare il giudice penale nell’ambito del proprio giudizio”: da qui l’accusa di depistaggio. Ma del tutto incoerente dal punto di vista giuridico: non solo infatti la Cassazione aveva sempre seguito l’interpretazione opposta, ma la stessa Agenzia delle Entrate, nel contestare l’evasione a Briatore, aveva sostenuto che per non versare l’Iva l’uso commerciale dovesse essere esclusivo. “A fronte della sottoscrizione di una conciliazione per circa 3 milioni – scrive il gip – Briatore avrebbe avuto così ottime possibilità di ottenere la restituzione, dello yatch Force Blue che aveva un valore di gran lunga superiore”.

La presunta corruzione e l’arresto – Per accontentare il presunto corruttore, però, l’ufficio pubblico avrebbe finito per contraddire sé stesso e pure la scelta di costituirsi parte civile nel processo penale. Lo sa bene la funzionaria Sergi, che all’incontro del 23 marzo appare imbarazzata: “Le incertezze sull’applicazione della norma, io c’avevo provato, poi mi sembrava un po’ in contrasto con la richiesta dell’imposta…”. Vale a dire: se sosteniamo che ha ragione lui, come facciamo poi a chiedergli 3 milioni di euro di Iva? Ma Pardini non sente ragioni: se Briatore è disposto a “dare tutti ‘sti soldi”, come dice il suo consulente, il “favore” gli va fatto. Tanto più che il manager ha dato l’ok ad aiutare i suoi affari in Kenya. “Parolini riferì a Pardini che Briatore era ben disposto relativamente alla richiesta che Pardini gli aveva rivolto”, dice ai pm Eleonora Mennella, una funzionaria presente all’incontro tra i due avvenuto l’8 marzo, “disse espressamente che parlava a nome di Briatore, e che Briatore dava la sua disponibilità a convogliare personaggi illustri e a dare contatti, numeri di telefono e visibilità nelle occasioni mondane alle attività di Pardini in Kenya”. È così che secondo la procura si forma l’accordo corruttivo, perfezionato nella riunione del 23 con la redazione del testo secondo i desiderata di Parolini (e quindi di Briatore). E non concretizzato solo perché Pardini finisce in manette neanche venti giorni dopo, beccato mentre intasca una tangente da 7.500 euro di fronte a un noto ristorante di Recco: a gennaio è stato condannato in via definitiva a due anni e dieci mesi. Ora lo aspetta un nuovo processo, in cui sarà alla sbarra insieme a Briatore. E a salvare il milionario di Verzuolo, stavolta, la prescrizione potrebbe non bastare.

Twitter: @paolofrosina

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