Il caso di feto sepolto senza autorizzazione nel cimitero Flaminio di Roma con il nome della madre appiccicato sopra non è isolato. Dopo il primo racconto diffuso nei giorni scorsi da Marta Loi, come ricostruito da ilfattoquotidiano.it, sono almeno due le donne che hanno deciso di andare a verificare di persona. “Mi sono recata al cimitero e ho scoperto che c’è una tomba a mio nome”, ha raccontato su Facebook la prima secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa. Ieri, dopo la prima denuncia, il Garante della privacy ha aperto un’istruttoria “per fare luce su quanto accaduto e sulla conformità dei comportamenti, adottati dai soggetti pubblici coinvolti, con la disciplina in materia di privacy”.

La seconda testimonianza ha riferito che “all’ufficio mi hanno stampato un foglio con i dati della salma e la sua ubicazione con tanto di cartina per l’orientamento. Tutto senza il mio consenso e senza che io ne fossi minimamente a conoscenza”. Sul suo profilo ha pubblicato la foto della croce con il suo nome, la mappa, e anche il documento stampato con il logo dell’Ama e l’intestazione Cimiteri Capitolini. Sulla croce c’è anche una data: “Tra l’altro non so cosa sia quella data”, ha scritto. “Né il parto né la sepoltura a quanto dice l’ufficio. Film dell’orrore. Conosco da un po’ l’esistenza di questi luoghi e da tempo sospetto ci sia anche una croce con sopra il mio nome. Non ho mai avuto il coraggio di indagare perché la rabbia mi avrebbe fatto esplodere il cervello”. Oggi la conferma. “Ora ripropongo di nuovo la domanda: vi rendete conto come siamo messi? Vogliamo prendere in mano la situazione? Senza la Politica non si arriva da nessuna parte”.

Una terza testimonianza, raccolta sempre dall’Ansa, è emersa in queste ore. Per tre volte chiese, dopo l’aborto, che fine avesse fatto il feto e per tre volte si sentì rispondere ‘non sappiamo’. Ieri ha scoperto che è stato sepolto al cimitero Flaminio di Roma con una croce col suo nome. La donna ha scritto su Facebook: “Ora serve un’enorme azione collettiva”. La prima volta che ha chiesto del feto, racconta, è stata quando “la mattina dopo mi hanno frettolosamente dimesso dal reparto e mi risposero di lasciare stare. Pensai: ‘Che tatto. Evitano di dirmi che l’hanno buttato tra i rifiuti speciali'”. “La seconda volta chiedo alla visita di controllo. La dottoressa che mi aveva fatto abortire mi disse “Del feto non so nulla’. La terza e ultima volta quando sotto Natale, a distanza di più di tre mesi dal parto, finalmente mi è stata consegnata la tanto attesa Cartella Clinica e anche in quella occasione la risposta della signora allo Sportello Referti fu ‘non so dirle del feto, mi dispiace’. Ora ieri vedere il mio nome su quella brutta croce gelida di ferro in quell’immenso prato brullo è stata un’altra profondissima pugnalata, un dolore infinito e una rabbia da diventar ciechi”.

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