Oggi è prioritario fare i conti con gli effetti della pandemia di Covid-19 anche sulla cura dei tumori. Rinvii delle visite, rallentamenti negli interventi chirurgici e drastica riduzione della prevenzione oncologica durante il lockdown potrebbero determinare un aumento della mortalità nei prossimi anni. L’allarme arriva dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nei primi cinque mesi del 2020, secondo una stima dell’Osservatorio nazionale screening, sono stati eseguiti circa 1,4 milioni esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un ritardo che gli esperti dell’Osservatorio giudicano “imponente” e che si traduce in una netta diminuzione di nuove diagnosi di tumore al seno (2.099 in meno) e del colon-retto (611 in meno) e una mancata individuazione delle lesioni, spia di quest’ultima neoplasia (quasi 4mila adenomi avanzati del colon retto non diagnosticati) o del cancro alla cervice uterina (1676 lesioni in meno rilevate). “Il rischio è che ci siano diagnosi più tardive, che riducono le percentuali di guarigione e aumentano la mortalità – osserva Giordano Beretta, presidente Aiom e responsabile dell’Oncologia all’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo -. Numeri precisi al momento non ne abbiamo, l’entità dell’impatto dipenderà anche da eventuali nuove procedure terapeutiche che magari migliorano l’aspettativa di vita. Chiediamo alle istituzioni di potenziare la telemedicina e di creare percorsi di collaborazione con la medicina del territorio”.

Stando alle previsioni del National cancer institute americano, negli Stati Uniti nei prossimi dieci anni ci saranno circa 10mila morti in più per tumore del seno e del colon-retto a causa del calo degli screening. Durante il recente incontro tra i ministri della Salute dei 53 Paesi membri della regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è emerso che nel 70 per cento di questi a causa del Covid c’è stata un’interruzione dei servizi sanitari (screening inclusi) e che in molte realtà questo potrebbe provocare un aumento del dieci per cento della mortalità per cancro al seno e del 15 di quella del cancro al colon. Un altro studio uscito su Lancet ipotizza che in Gran Bretagna fra cinque anni il ritardo diagnostico possa causare fino al 16,6 per cento di decessi in più per tumori colonrettali e fino al 9.6 per cento in più per la mammella. Fare paragoni con l’Italia può essere però azzardato. Il nostro Paese infatti ha i tassi di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di malattia oncologica più elevati rispetto alla media europea. Ma sicuramente la questione non va sottovalutata anche da noi. Se da una parte “il ritardo diagnostico medio accumulato è abbastanza limitato e le conseguenze cliniche probabilmente non particolarmente accentuate”, scrive l’Osservatorio nazionale screening in un report; dall’altra, “purtroppo però il ritardo sta crescendo anche in relazione alle nuove modalità organizzative necessarie per garantire il distanziamento fisico degli utenti. A maggio – fa presente l’Osservatorio – non tutte le Regioni hanno riavviato le attività e anche quelle che lo hanno fatto stanno viaggiando a una velocità molto inferiore a quella dell’anno scorso”.

“Molti pazienti hanno interrotto la fase diagnostica nel periodo di massima allerta dell’epidemia e questo ha ritardato l’individuazione del tumore”, spiega Domenico Corsi, coordinatore Aiom Lazio, a capo dell’Oncologia del Fatebenefratelli di Roma . “Soprattutto – aggiunge – nei pazienti più anziani questo ha comportato l’impossibilità di adottare strategie efficaci per rallentare il decorso della malattia causando un aggravamento del quadro clinico”. Corsi snocciola i numeri. “Da marzo ad agosto di quest’anno nel mio reparto si sono verificati 38 decessi a fronte dei 19 nello stesso periodo del 2019. Un aumento dovuto ai molti pazienti arrivati in stadio avanzato di malattia, quando ormai non c’era più nulla da fare, che non volendo andare in hospice, per paura del contagio e per le norme anti-Covid che limitano l’accesso ai parenti, e non potendo neppure usufruire delle cure palliative a domicilio per via dell’improvvisa crescita delle richieste e dell’insufficienza di personale dedicato, sono spirati in ospedale”.

L’emergenza sanitaria da Covid ha fatto emergere una criticità annosa, ossia la scarsa integrazione tra ospedale e servizi territoriali. Il ricorso alla rete oncologica si rivela salvavita. La rete è un modello organizzativo (sancito con un’intesa Stato-Regioni del 2011 e un’altra del 2014), con approccio multidisciplinare, che si basa sull’interazione tra centri ospedalieri e strutture sul territorio secondo un percorso unico e condiviso. Ma per adesso le reti oncologiche sono attive a macchia di leopardo, in neanche la metà delle Regioni. Beretta sottolinea inoltre la necessità “di coinvolgere i medici di famiglia nel percorso oncologico per avere un accesso alle cure più capillare”. “Se oggi avessimo avuto le reti oncologiche davvero operative ovunque non avremmo tutti questi problemi nella gestione dei pazienti. È importante selezionare chi fa cosa, come, dove e quando. Solo così possiamo migliorare la qualità dell’assistenza”.

Preoccupano le liste di attesa nelle sale operatorie in particolare in campo oncologico. Rispetto al periodo pre-Covid, l’attività chirurgica programmata (quindi non urgente) per i malati di cancro è tornata a funzionare completamente solo nel 60 per cento dei circa 600 centri, da Nord a Sud, che hanno partecipato al sondaggio dell’Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) avvenuto il giorno 4 settembre 2020. Appena il 21 percento delle strutture inoltre riesce a garantire a pieno regime la chirurgia generale d’elezione. E l’unica ad avere quasi recuperato gli standard pre-pandemia è quella d’urgenza, ripartita nel 94 percento dei casi. “Da marzo a maggio si sono persi 50mila interventi in oncologia e 600mila di chirurgia generale – sottolinea il presidente Acoi Pierluigi Marini, che dirige il dipartimento di Emergenza e Chirurgie specialistiche al San Camillo di Roma -. Le conseguenze per questi pazienti possono essere gravi. Il cancro è una patologia tempo dipendente e la chirurgia così come la diagnosi precoce sono un’arma importantissima. Bisognerebbe incrementare del 150 per cento l’attività rispetto a prima del Covid per recuperare gli interventi annullati. Per fare questo non basta disporre oggi di più terapie intensive, servono anche più anestesisti, più chirurghi, più infermieri, più investimenti in tecnologie e più sale operatorie”, conclude Marini.

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