Un filo sottile unisce le storie del Monte Paschi di Siena e della Caixabank: la politica. Poche altre banche hanno sentito sul collo il fiato dei potentati locali e delle spartizioni partitocratiche. Con destini che hanno preso una piega diversa, certo. Il Monte Paschi – dopo acquisizioni a prezzi esorbitanti (si veda il caso Antonveneta) e con l’eredità di un contenzioso divenuto presto fardello (come con la Banca 121, istituto con radici in terra salentina che inondava il mercato di mutui camuffati da prodotti previdenziali) – veniva salvata dal fallimento con l’iniezione di oltre 5 miliardi del pubblico erario. Al contrario, Caixabank, nel pieno della bolla immobiliare del 2012, ha evitato l’intervento statale grazie alla solidità della divisione assicurativa e di gestione del patrimonio.

I destini si intersecano nuovamente ora che si discute del ruolo delle partecipazioni statali nel futuro assetto societario dei due istituti. Lo Stato italiano, sulla scorta degli accordi con le autorità comunitarie, è chiamato ad uscire dalla banca toscana entro il 2021, cedendo a privati il 68% delle partecipazioni di cui è titolare.

La Caixabank, banca-istituzione della Catalogna, ha avviato un progetto di fusione con Bankia, erede dell’antica rivale Caja Madrid: l’operazione plasmerebbe un colosso bancario, il primo gruppo spagnolo, uno dei principali in Europa, con provviste per 660 miliardi, un esercito di 40 mila impiegati e più di 6 mila sportelli. Un mastodonte della finanza, più potente del Santander e del Bbva, queste ultime comunque meglio posizionate sui mercati esteri. Un’ardita fusione nel mezzo di una crisi economica devastante che coinvolge direttamente lo Stato.

Bankia, al pari della italiana Mps, veniva riscattata dal tracollo, nell’anno 2012, con la ricapitalizzazione ad opera dell’esecutivo di Madrid per ben 24 miliardi. Gli analisti mostrano dubbi sulla capacità, o meglio sull’interesse, dello Stato a recuperare le somme impiegate per il salvataggio, denaro pubblico a quel punto versato a fondo perduto. Una prospettiva, questa, che già agita Unidas Podemos: la formazione di sinistra radicale – tassello determinante del Governo di coalizione di Pedro Sánchez – vedrebbe di buon occhio una banca pubblica.

E poi non va sottovalutata la ‘questione regionale’, con Caixabank immersa nel tessuto sociale catalano: la storia dell’istituto ha sempre visto la banca al fianco delle maggiori industrie della comunidad autonoma, con ramificazioni della Fondazione che toccano tutti i principali eventi, culturali e identitari della Catalogna. Un po’ quello che avveniva nella città di Siena dove la banca e la sua Fondazione erano sport, Palio, arte, un ruolo omnicomprensivo da ‘banca-mammella’ che ha mostrato crepe quando i conti hanno iniziato a non quadrare più.

Essere banca-istituzione significa essere dentro la politica, subirne gli effetti, come accade a Caixabank da quando l’indipendentismo è divenuto l’epicentro dell’azione politica. Il Consiglio di amministrazione non è indifferente agli equilibri in seno alla Generalitat, la sede del governo regionale. Con taluni membri più vicini alle posizioni moderate del ‘catalanismo’ e altri più apertamente indipendentisti.

Ancora brucia ai più la drammatica decisione del Consiglio di trasferire la sede legale a Valencia, i vertici temevano che la sfrontata Dichiarazione unilaterale di indipendenza (Dui) dell’ottobre 2017 trascinasse l’ente bancario fuori dall’Unione europea e dalla moneta unica, con irrimediabili conseguenze per l’istituto e i suoi risparmiatori.

Superata la crisi generata dalla Dui la sede legale è rimasta lì, troppo lontana dai luoghi d’origine, ancora in ‘territorio spagnolo’. Una condizione inaccettabile per molta parte della società catalana.

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