Il patrimonio personale del fondatore di Amazon Jeff Bezos ha sfondato i 200 miliardi di dollari. Ma non è lui a dover ringraziare i suoi dipendenti, sono i suoi dipendenti che devono ringraziare lui. In fondo è questo il messaggio dell’ultima campagna pubblicitaria del colosso dell’e-commerce in cui si dà voce ad alcuni lavoratori dei mega impianti Amazon che esprimono la loro riconoscenza per l’opportunità che è stata loro data. E’ una linea molto cara a tanti imprenditori quella di presentarsi come benefattori che offrono lavoro alle persone. Tralasciando un concetto molto semplice: i lavoratori si assumono perché la ricchezza che producono per l’azienda è maggiore dello stipendio che percepiscono. Questo non toglie ovviamente che esistano singole realtà imprenditoriali in cui al rapporto di lavoro si intrecciano nobili relazioni personali. Ma così funziona. Nessun buon cuore, nessuna generosità, solo, semplice, convenienza.

I dipendenti protestano in tutto il mondo -Nel caso di Amazon il discorso vale al cubo. Il gruppo macina ricavi ed utili (11 miliardi di dollari nel 2019) ma non è certo noto per un trattamento particolarmente generoso verso i suoi addetti. Nel periodo della pandemia non sono mancate gravi falle nella sicurezza che hanno dato origine a scioperi sia negli Stati Uniti che in Europa e Italia. Da anni in Germania si ripetono scioperi nei magazzini, con i lavoratori che chiedono migliori condizioni di lavoro, turni meno massacranti e salari in linea con la media del settore. Il salario minimo per un dipendente tedesco del gruppo statunitense è oggi di 10,8 euro lordi l’ora. Dal 2017 in poi mobilitazioni di questo tipo si sono svolte anche in Francia e Italia. Proprio ieri 100 lavoratori americani di Amazon si sono radunati davanti alla casa di Jeff Bezos chiedendo che il salario minimo venga alzato dagli attuali 15 dollari lordi l’ora.

Neppure un dollaro di tasse – C’è poi un altro aspetto da considerare. Grazie a tecniche di elusione fiscale, slalom tra giurisdizioni federali, Amazon non ha pagato un solo dollaro di tasse. Anzi, nel 2018, a fronte di 11 miliardi di dollari di redditi teoricamente tassabili, è riuscita a maturare un credito di imposta da 129 milioni di dollari. Nel 2019 è andata “male”, ha infatti pagato imposte pari all’1% dei suoi profitti. Uno qualsiasi dei dipendenti che compare negli spot versa al fisco statunitense il 22% del suo reddito. In Europa la situazione non è molto diversa. In Italia, nel 2018, i gruppi del web hanno versato in tutto 64 milioni di euro di tasse.

Nel 2017 la Commissione UE ha inflitto una multa da 250 milioni di euro ad Amazon per gli accordi fiscali con il Lussemburgo. Un buffetto se si considerano le cifre dei bilanci Amazon. Eppure la società si è rivolta al Tribunale dell’Ue per cercare di fare annullare la decisione. Amazon insomma non restituisce, ne vuol restituire, niente alle società in cui opera e prospera. Non un solo centesimo per ospedali, scuole, servizi pubblici. Davvero poco importa che il patron Bezos si lanci saltuariamente in operazioni filantropiche che in alcuni casi sono al limite del ridicolo. Si ricorderanno ad esempio i 690 mila dollari donati per l’emergenza incendi in Australia. Una somma pari allo 0,0003% del suo patrimonio. Come se un lavoratore con un conto in banca di 10 mila dollari versasse 3 millesimi di dollaro.

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