Dopo giorni di attesa, è stato ultimato il documento dell’Istituto superiore di sanità che spiega, punto per punto, come gestire l’eventuale diffusione del coronavirus nelle scuole. Un protocollo di sicurezza stilato “per affrontare le riaperture con la massima sicurezza possibile”, ha dichiarato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, “frutto dell’impegno condiviso tra molte istituzioni nazionali, Regioni e Province autonome”, tra cui Inail, Fondazione Bruno Kessler e le Regioni Veneto ed Emilia Romagna. Chiesto a gran voce dalle famiglie e dai dirigenti scolastici, prevede innanzitutto che i genitori “misurino ogni giorno la temperatura” di bambini e ragazzi. Come aveva anticipato la ministra Lucia Azzolina, infatti, spetta a loro farlo. “Immaginiamo cosa accadrebbe se uno studente con la febbre, potenzialmente positivo, prendesse l’autobus o si fermasse in fila davanti a scuola in attesa di misurare la temperatura”. Ai genitori si chiede anche di “segnalare eventuali assenze” degli alunni “per motivi di salute riconducibili al Covid-19”, in modo tale da prevenire il contagio in classe.

Sintomi a scuola: cosa succede – Se un alunno inizia a manifestare febbre, tosse o altri sintomi da coronavirus dopo essere entrato a scuola, “le raccomandazioni prevedono che questo vada isolato in un’area apposita, assistito da un adulto che indossi una mascherina chirurgica” e sia dotato di “termometri che non prevedono il contatto”. Il tutto “senza creare allarmismi o stigmatizzazione”. Un’idea già avanzata nei giorni scorsi dall’Associazione nazionale presidi. Il protocollo prevede quindi che “i genitori vengano immediatamente allertati ed attivati. Una volta riportato a casa, i genitori devono contattare il pediatra di libera scelta o medico di medicina generale che, dopo avere valutato la situazione, deciderà se è necessario contattare il Dipartimento di Prevenzione (DdP) per l’esecuzione del tampone“. In caso di test positivo, il Dpd “condurrà le consuete indagini sull’identificazione dei contatti e valuterà le misure più appropriate da adottare tra le quali, quando necessario, l’implementazione della quarantena per i compagni di classe, gli insegnanti e gli altri soggetti che rientrano nella definizione di contatto stretto“. Un’indagine estesa a tutti quelli che sono entrati in contatto con l’infetto nelle 48 ore precedenti l’insorgenza dei sintomi. Contestualmente, continua il rapporto, il dirigente scolastico deve disporre “una sanificazione straordinaria” degli ambienti. “Se il tampone naso-oro faringeo è negativo“, invece, il paziente “ripete il test a distanza di 2-3 giorni. Il soggetto deve comunque restare a casa fino a guarigione clinica e a conferma negativa del secondo test”.

Quando scatta la chiusura dell’istituto? – “Un singolo caso confermato in una scuola non dovrebbe determinarne la chiusura soprattutto se la trasmissione nella comunità non è elevata”, si legge nel protocollo. “La chiusura di una scuola o parte della stessa dovrà essere valutata dal dipartimento in base al numero di casi confermati e di eventuali cluster e del livello di circolazione del virus all’interno della comunità”. Poi c’è una novità: le autorità, dicono gli esperti, potranno “prevedere l’invio di unità mobili per l’esecuzione di test diagnostici presso la struttura scolastica in base alla necessità di definire eventuale circolazione del virus”. Di fronte a questi scenari, però, rimangono alcune criticità. Ad esempio, “dovrebbe essere identificato il meccanismo con il quale gli insegnanti posti in quarantena possano continuare a svolgere regolarmente la didattica a distanza, compatibilmente con il loro stato di lavoratori in quarantena”.

I compiti del “referente Covid” – Una delle novità previste dagli scienziati è che in ogni scuola venga identificato un “referente scolastico per il Covid-19 adeguatamente formato“, il quale avrà il compito di “tenere un registro degli alunni e del personale di ciascun gruppo classe e di ogni contatto che, almeno nell’ambito didattico e al di là della normale programmazione, possa intercorrere tra gli alunni ed il personale di classi diverse (es. registrare le supplenze, gli spostamenti provvisori e/o eccezionali di studenti fra le classi ecc)”. L’obiettivo è quello di “facilitare l’identificazione dei contatti stretti da parte del DdP della Asl competente territorialmente” qualora ci sia la necessità di ricostruire le relazioni di una persona infetta. Le classi, infatti, non sono dei compartimenti stagni e durante la giornata scolastica sono frequenti i contatti con ragazzi di altre sezioni (ad esempio durante l’ora di educazione fisica o per i laboratori) o professori supplenti. Un altro compito assegnato agli istituti è quello di “monitorare le assenze”, per individuare ad esempio “casi di classi con molti alunni mancanti che potrebbero essere indice di una diffusione del virus e che potrebbero necessitare di una indagine mirata da parte del DdP”, si legge nel comunicato dell’Iss che accompagna l’ufficializzazione del protocollo. Il referente Covid, “ove non si tratti dello stesso dirigente scolastico”, dovrà svolgere anche “un ruolo di interfaccia con il dipartimento di prevenzione e creare una rete con le altre figure analoghe nelle scuole del territorio. Deve essere identificato un sostituto per evitare interruzioni delle procedure in caso di assenza”. Gli esperti auspicano inoltre che sia “identificato a livello di singola sede di struttura piuttosto che di istituti comprensivi e i circoli didattici, per una migliore interazione con la struttura stessa”.

Regole diverse da 0 a 6 anni e per chi ha fragilità – “I servizi educativi dell’infanzia presentano delle peculiarità didattiche/educative che non rendono possibile l’applicazione di alcune misure di prevenzione”, premettono gli esperti nel capitolo dedicato alle scuole da 0 a 6 anni. Per questo “è raccomandata una didattica a piccoli gruppi stabili (sia per i bambini che per gli educatori)”. Per quanto riguarda il distanziamento, si tratta di “un obiettivo che può essere raggiunto solo compatibilmente con il grado di autonomia e di consapevolezza dei minori anche in considerazione dell’età degli stessi”. Particolare attenzione, poi agli alunni “che non possono indossare la mascherina o che hanno una fragilità che li pone a maggior rischio adottando misure idonee a garantire la prevenzione della possibile diffusione del virus e garantendo un accesso prioritario a eventuali screening/test diagnostici”.

Tutte le incognite in vista di settembre – Gli esperti che hanno collaborato per mettere a punto il documento, però, sottolineano i rischi connessi all’avvio del nuovo anno scolastico. “In primo luogo, non è nota la trasmissibilità di SARS-COV-2 nelle scuole. Più in generale, non è noto quanto i bambini, prevalentemente asintomatici“, siano capaci di trasmettere il virus “rispetto agli adulti, anche se la carica virale di sintomatici e asintomatici, e quindi il potenziale di trasmissione, non è statisticamente differente”. È per questo, spiegano, che non è possibile fare una “realistica valutazione della trasmissione di SARS-COV-2 all’interno delle scuole nel contesto italiano. Non è inoltre predicibile il livello di trasmissione (Rt) al momento della riapertura delle scuole a settembre”. Da qui la necessità di continuare ad aggiornare il rapporto “per rispondere alle esigenze della situazione e alle conoscenze scientifiche man mano acquisite”.

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