Lavora, ciuccia, asina. Che con i soldi che mi tengo dalla tua paga mi faccio le vacanze, mentre voi dovete pagare i mutui”. Sono quasi trent’anni che Angela (nome di fantasia) se lo sente ripetere. Da quando a 14 anni, appena uscita dalle scuole medie, suo padre l’ha portata a lavorare nei campi pugliesi “perché non avevamo soldi per andare avanti”. Oggi di anni ne ha 42, la maggior parte passati da bracciante sfruttata dai caporali che, dalla sua Taranto, l’hanno portata in giro per la regione a raccogliere uva e ortaggi. Ma oggi per lei e altre 49 vittime dello sfruttamento inizia una nuova vita.

Angela fa parte del gruppo di 50 donne italiane che sono state coinvolte nella prima filiera bio-etica contro il caporalato. L’iniziativa Donne braccianti contro il caporalato è nata dall’intesa tra l’associazione NoCap, fondata e guidata da Yvan Sagnet, tra gli organizzatori del primo grande sciopero di braccianti a Nardò, nel 2011, il Gruppo Megamark di Trani, leader della distribuzione nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati, e Rete Perlaterra, associazione e rete tra imprese che promuovono pratiche agroecologiche di lavoro della terra. Una partnership, questa, che già lo scorso settembre aveva permesso a NoCap di annunciare l’assunzione regolare di 100 immigrati vittime di sfruttamento nei campi del Sud.

Oggi, invece, l’iniziativa “Iamme” si è concentrata sullo sfruttamento delle donne vittime di caporalato che così inizieranno a raccogliere uva da tavola biologica nelle terre di Ginosa con un contratto regolare che ricalca quello provinciale da 6,5 ore al giorno, contro le 10 imposte dai caporali per una paga di 30 euro, oltre al costo del trasporto su mezzi pericolosi. Le lavoratrici avranno a disposizione un alloggio e il trasporto gratuito verso i luoghi di lavoro. “Si sta avverando il mio sogno – ha raccontato Angela al Fatto.it – Ci speravo da tempo”.

Sì perché, dai 14 ai 42 anni, la parola ‘diritti’ nel suo vocabolario ha sempre riguardato gli altri. A lei toccava invece rimboccarsi le maniche, pensare al bene della famiglia, al mutuo da pagare e chinare il capo di fronte ai soprusi e alle ingiustizie dei caporali. “La giornata lavorativa iniziava alle 5.30 – ricorda -, ma spesso dovevamo andare a lavorare in zone distanti da Taranto, ad esempio nel Barese, a due ore e mezzo di viaggio in furgoni omologati per nove persone e nei quali entravamo in 18. Quindi partivamo alle 2.30. Sette ore di lavoro minimo, poi c’erano gli straordinari e allora si poteva arrivare anche a 12”. Molte delle quali non erano pagate: “Il caporale ci faceva lavorare ogni giorno, non ci riposavamo nemmeno la domenica – continua – Poi a fine mese ci diceva ‘ti ho segnato 20 giorni’, così tu sapevi che gli altri 10, più gli straordinari, se li intascava lui o facevano risparmiare l’azienda sulle paghe. Prendevamo al massimo 600 euro al mese“.

I punti di raccolta erano in città, davanti a tutti, era una cosa normale: “Tutti ci vedevano salire e scendere da quei furgoncini, ma nessuno diceva niente, era normale anche per noi, era così che funzionava. Le forze dell’ordine? (ride, ndr) Ci vedevano e non facevano niente, sa con quante mogli di poliziotti e carabinieri ho lavorato nei campi?”.

Un marito ex operaio Ilva, oggi senza lavoro, un figlio piccolo che studia e il maggiore che lavora come elettricista, “l’unico di noi che ha un contratto stabile”. In famiglia le condizioni lavorative di Angela non erano un mistero, ma con le difficoltà economiche l’unica scelta era quella di chinare la testa e andare avanti: “Mio figlio più grande mi ha detto molte volte che ero scema a continuare a lavorare in queste condizioni, ma tutti noi sapevamo di non avere scelta”.

Il primo cambiamento nella vita di Angela è avvenuto nel luglio 2015, dopo la morte di Paola Clemente, la bracciante 49enne stroncata da un infarto mentre lavorava all’acinellatura dell’uva sotto un tendone nelle campagne di Andria, nel 2015: “Prima accettavo tutto come normale, ma dopo quell’episodio ho pensato che non si può morire per lavorare. Ho detto basta e me ne sono andata”. Una ribellione che è durata poco, perché anche in paese la situazione non era molto diversa: “Lavorando nelle aziende o nei negozi in paese venivi pagata 57 euro al giorno con assegno. Andavi a riscuoterlo, ma 27 euro dovevano tornare in mano al datore di lavoro. Allora ho di nuovo messo da parte l’orgoglio e sono tornata dai caporali perché si guadagnava di più”.

In tutti questi anni Angela dice di essere stata sfruttata da più di 20 aziende pugliesi, ma oltre all’azzeramento di diritti, ha dovuto ingoiare anche i soprusi dei caporali: “Non sono mai stata picchiata – dice -, ho dovuto sopportare qualche avances, ma soprattutto venivamo continuamente offese mentre lavoravamo. Ricordo che ci prendevano in giro dicendoci che i soldi che non ci davano permettevano a loro di fare vacanze, mentre noi ci affannavamo a pagare i mutui. Che eravamo delle asine. Una volta chiesi a un caporale di poter andare in bagno, lui mi disse di fare quello che dovevo poco più in là. Mi ribellai, gli dissi che non eravamo animali, che avevamo la nostra privacy, e me ne andai, ma durò poco. Quelli che ci sottomettevano ogni giorno erano gli stessi uomini che incontravamo in giro in paese, al bar, in chiesa. Era tutto normale”.

Adesso, però, per Angela inizia una nuova vita, fatta di diritti sul lavoro, di un contratto a tempo determinato e altri che seguiranno in base alla stagionalità dei prodotti. Con questa iniziativa, ha spiegato Sagnet, “vogliamo innanzitutto ricordare che il caporalato è un fenomeno trasversale che colpisce non solo gli immigrati, ma anche gli italiani, in particolar modo le donne. Assumere 50 donne che fino a ieri erano sfruttate significa tutelare i loro diritti, sottrarre al caporalato il controllo della manodopera e alimentare il circuito del lavoro legale della nostra filiera etica. È chiaro che questo percorso potrà crescere se ciascuno di noi farà la sua parte, a partire dalle scelte di consumo dei cittadini”.

Twitter: @GianniRosini

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