Aggiornato alle 00.43 del 20 luglio

I nodi da sciogliere sono gli stessi di venerdì. L’ammontare degli aiuti a fondo perduto, partendo dai 500 miliardi proposti dalla Commissione che i “frugali” vogliono tagliare. Il controllo su come saranno spesi, con l’Olanda che invoca il potere di veto e l’Italia che lo esclude. L’entità dei “rimborsi” concessi ai Paesi nordici sui contributi al bilancio comunitario. Il legame tra erogazione dei soldi europei e rispetto dello stato di diritto, che chiama in causa il blocco di Visegrad. Infine l’ampiezza del quadro finanziario 2021-2027. Il terzo giorno di trattative a Bruxelles sul Recovery fund si allunga ben oltre la mezzanotte e tutto fa pensare che il Consiglio europeo che avrebbe dovuto concludersi sabato continuerà durante la notte.

Dopo gli scontri “durissimi” delle scorse ore, per dirla con le parole del premier Giuseppe Conte, l’inizio della plenaria prevista per le 12 è slittato per tre volte, prima alle 16, poi alle 17:30 e infine alle 19. I leader si sono seduti tutti insieme intorno a un tavolo solo alle 19:30, per una cena di lavoro. Assente Xavier Bettel che è dovuto rientrare in Lussemburgo per presiedere una riunione del consiglio dei ministri e tornerà nella notte. Solo verso le 23.30 è arrivata una sospensione di 45 minuti circa, durante la quale fonti italiane hanno riferito “passi in avanti nella trattativa, anche se non si è chiuso”.

I frugali, del resto, si muovono ora tra i sospetti degli altri 22 paesi. I 5 leader – riferiscono fonti europee – avrebbero cercato più volte di spostare il focus della discussione dalla questione delle risorse del Recovery Fund e del Bilancio Ue 2021-2027 a quella della condizionalità sullo stato di diritto. Tentativi che sono stati tutti respinti, anche con l’intervento della cancelliera tedesca Angela Merkel. La sensazione è che i frugali stiano provando a far naufragare il vertice, ma per evitare di esporsi al biasimo, vogliano farlo deragliare sulla questione dello stato di diritto, certamente più nobile di fronte all’opinione pubblica rispetto alla mera questione finanziaria.

Del resto fino a pochi minuti prima era evidente lo stallo: il presidente del Consiglio europeo Charles Michel non ha presentato una nuova proposta perché non è stato ancora trovato un accordo sull’ammontare dei fondi da assegnare a titolo di sussidi e non di prestiti. Durante la cena, al contrario, ha ricordato ai presenti gli sforzi fatti fino ad ora e ricordato il suo ruolo di “mediatore onesto” tra i Paesi che, Italia in testa, vorrebbero risorse ingenti per il Recovery Fund e i paesi frugali. Michel ha ricordato anche che “oggi nel mondo abbiamo attraversato i 600.000 morti e siamo di fronte a una crisi senza precedenti”. “L’Ue è una delle grandi potenze economiche del mondo – ha continuato – Mi è stato detto che le sovvenzioni sono troppe. Ho abbassato l’importo una prima volta, poi una seconda volta”, ha rivendicato Michel che si era già detto pronto a rimodulare il Recovery Fund sui 400 miliardi di euro sotto forma di sovvenzioni e 350 miliardi di prestiti. “Mi è stato anche detto che per accettare le sovvenzioni erano necessarie condizioni di governance molto rigide a causa della mancanza di fiducia – ha aggiunto Michel – Abbiamo lavorato su questo argomento e abbiamo qualcosa sulla falsariga che si desidera”.

Conte: “Cifre attuali sono il minimo indispensabile”. E a Rutte: “Se mercato crolla dovrai risponderne” – I “frugali”, cioè Olanda, Svezia, Danimarca, e Austria a cui si è aggiunta anche la Finlandia, hanno invece messo sul tavolo un’offerta finale di 350 miliardi di sovvenzioni da raddoppiare con un pari ammontare di prestiti. Posto che siano risolte le questioni della governance e dei rebate, che dal loro punto di vista dovrebbero salire a 25 miliardi, l’equivalente della dotazione del Green deal. Si tratterebbe di una sforbiciata di 150 miliardi nonostante il pressing pesante dei mediatori, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, determinati a bloccare l’asticella dei tagli a 400 miliardi così come la Spagna e molti altri Paesi. Significherebbe tagli a transizione verde, digitale, investimenti.

Secondo fonti italiane, Conte ha difeso le cifre già sul tavolo – 750 miliardi totali di cui 500 di aiuti a fondo perduto – dicendo che sono “il minimo indispensabile per una reazione minimamente adeguata; se tardiamo la reazione dovremo calcolare il doppio o forse anche di più”. Rivolto direttamente a Rutte, poi, Conte gli ha fatto presente: “Vi state illudendo che la partita non vi riguardi o vi riguardi solo in parte. In realtà se lasciamo che il mercato unico venga distrutto tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo qualche settimana sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei per avere compromesso una adeguata ed efficace reazione europea”.

Dal canto suo il premier ungherese Viktor Orban – parte del blocco di Visegrad – ha ostentato fino all’ultimo ottimismo nella possibilità di un accordo, ma con l’avvertenza che “ci vorranno diversi altri giorni”. E anche per la finlandese Sanna Marin “se entro questo fine settimana non sarà possibile raggiungerlo i negoziati andranno avanti fino a lunedì”. “È giunto il momento per un accordo”, ha twittato invece la belga Sophie Wilmes, in bilaterale con il lussemburghese Xavier Bettel, l’irlandese Micheal Martin e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel insieme a Ursula von der Leyen. “Oggi è sicuramente il giorno decisivo“, aveva detto la cancelliera tedesca Angela Merkel arrivando all’Europa building. Ma è “ancora possibile” che non vi sia “nessun accordo“.

Braccio di ferro su ammontare dei sussidi, veto sui piani nazionali e “sconti” dei frugali – È durissimo il braccio di ferro tra gli “avari”, come li ha definiti il premier polacco, e gli altri Stati. I quattro leader capeggiati da Mark Rutte non accettano che l’ammontare dei sussidi a fondo perduto a valere sul Recovery Fund sia di almeno 400 miliardi (a fronte dei 500 proposti dalla Commissione), come aveva ipotizzato il presidente Michel alla ricerca di una mediazione. Rimane poi lo scontro sul potere di veto di un singolo Stato: i frugali, Olanda in testa, vogliono un meccanismo che consenta loro di stoppare (per questo viene definito “Freno di emergenza“) l’approvazione dei piani nazionali di spesa che saranno esaminati dalla Commissione portandoli davanti al Consiglio europeo per una valutazione. Sul piano giuridico, ha sostenuto Conte nei vari colloqui delle scorse ore, se anche passasse questo iter sarebbe appellabile davanti alla Corte di giustizia europea perché in violazione dei trattati. La proposta di compromesso che l’Italia ha fatto girare ieri pomeriggio tra le altre delegazioni prevede che per bloccare l’erogazione serva una maggioranza qualificata degli Stati. Si tratta di una mediazione perché di base è alla Commissione, non al Consiglio europeo (quindi agli Stati), che i trattati assegnano il potere esecutivo e di controllo.

Stessa cosa per quanto riguarda lo stop all’erogazione dei fondi nel caso in cui il Paese interessato non rispetti gli impegni indicati nel piano. Per l’Italia è la linea rossa da non varcare. Conte ha evocato l’ipotesi di ricorrere alla Corte di giustizia Ue e ha proposto che il cosiddetto “super freno” (il meccanismo introdotto per andare incontro ad Amsterdam e permettere lo stop dell’erogazione dei fondi su richiesta di uno Stato membro) sia attivato a maggioranza qualificata. Gli altri nodi sono il volume del quadro finanziario pluriennale che i frugali puntano a ridurre, e gli sconti di cui godono, che chiedono siano aumentati.

Conte: “La stragrande maggioranza difende il progetto europeo contro pochi frugali” – “Da una parte c’è la stragrande maggioranza dei Paesi – compresi i più grandi Germania, Francia, Spagna, Italia – che difendono le istituzioni europee e il progetto europeo“, ha sintetizzato Conte su Twitter, “dall’altra pochi Paesi, detti ‘frugali'”. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiarito, prima di entrare nella sede del Consiglio, che un compromesso si può raggiungere ma non “a spese dell’ambizione europea” sulla risposta da dare ad una crisi sanitaria, economica e sociale di dimensioni “inedite“. Tra le voci della seconda giornata del Consiglio c’è chi è arrivato a citare l’ipotesi fatta anche da Enrico Letta: che l’Olanda si tiri fuori (‘opting out’) e lasci che siano gli altri ventisei a siglare l’intesa su Recovery fund e bilancio pluriennale.

Orban: “Noi con l’Italia. Rutte ce l’ha con me, le sue richieste sono in stile comunista” – Le tensioni non mancano comunque neanche tra i sovranisti. Tanto che lo stesso premier ungherese Viktor Orban oggi ha scaricato le responsabilità sul collega Mark Rutte: “Se l’intesa non si fa è a causa del leader olandese, non a causa mia. E’ lui che ha iniziato questa faccenda. L’olandese è il vero responsabile per tutto il caos di ieri”. E ha aggiunto: “L’Olanda vorrebbe creare un meccanismo per controllare la spesa dei Paesi del Sud. Sostanzialmente è una disputa tra italiani e olandesi. Noi siamo dalla parte dell’Italia“. Una posizione certo “interessata”, perché anche per Orban l’omologo olandese è la bestia nera: “Non so perché ce l’ha con me” e “vorrebbe punire l’Ungheria” con un meccanismo che leghi il rispetto dello stato di diritto legati al Recovery Fund, ha detto, accostando le sue richieste a quelle dell’ex regime comunista del suo Paese: “Quando i comunisti se la prendevano con noi, e con me personalmente, usavano vaghe terminologie giuridiche“. E a sua detta Rutte utilizzerebbe la stessa tecnica: “Nella sua proposta si parla di ‘mancanze generali’ e non è necessario commettere un crimine, ‘basta che ci sia il rischio’, è lo stile comunista“.

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