Ora che la povera Silvia Romano ha avuto qualche settimana per riacclimatarsi al Paese dove è cresciuta, e la vergognosa ondata di odio e ignoranza che si è abbattuta su di lei sembra affievolirsi (per fortuna anche gli stupidi vanno in vacanza), mi piacerebbe tornare su un aspetto di questa vicenda che è stato discusso solo tangenzialmente nel bailamme di sciocchezze vomitate da tanti.

Dopo la liberazione di Silvia, vari soloni hanno sentenziato che in fondo se l’era andata a cercare e hanno gettato discredito sull’organizzazione per cui lavorava, colpevole di non aver adottato tutte le misure e seguito tutte le procedure richieste per garantire sicurezza ai suoi cooperanti. Molti si sono anche chiesti come una ragazza giovane e con esperienza lavorativa insignificante potesse contribuire a risollevare le sorti di Paesi colpiti da secoli di povertà e condizioni sociali terrificanti. Ho sentito vari commentatori gridare con la giugulare gonfia: “In Africa dobbiamo mandare ingegneri professionisti che costruiscono dighe e ponti per aiutare sti poveracci, non una sbarbata mezza no-global che non sa fare nulla!”.

Point taken, come dicono gli inglesi. Da una persona che lavora come professionista nel settore da oltre 20 anni potrei anche – in principio astratto – tendere orecchie benevoli verso questo tipo di posizione. Ma c’è un gigantesco però in questo ragionamento. Questi saputelli sono gli stessi arringa-popoli che da sempre gridano allo scandalo per gli stipendi dei funzionari delle Nazioni Unite o per le “sfarzose” condizioni di vita dei cooperanti che girano in Suv, affittano case spaziose con giardino e cenano nei migliori ristoranti della città.

Quanto volte nella mia carriera mi sono trovato a dover giustificare umilmente il mio salario alle Nazioni Unite, con interlocutori che mi dicevano che era vergognoso che venissimo pagati in quanto, se uno vuole aiutare i paesi in via di sviluppo, dovrebbe farlo dal profondo del proprio cuore, ossia gratis. E non percepire un centesimo di emolumenti.

Quando nel nostro settore tentiamo di spiegare ai nostri supporter il perché sovente dobbiamo trattenere dal 10 al 30% del denaro che ci viene donato per poter pagare professionisti validi ed applicare una struttura gestionale che – come in qualunque azienda privata – permetta di raggiungere il massimo dell’efficacia ed efficienza, spesso veniamo trattati come “ladri” che si intascano i soldi sottobanco.

Se io dono 100 euro per la scuola elementare in Niger, pretendo che tutto il denaro finisca lì, senza nessuna spesa amministrativa e di gestione. Il che ovviamente sarebbe possibile se il settore della cooperazione fosse gestito tutto da volontari e le organizzazioni decidessero di non spendere un centesimo in cosine tipo, per l’appunto, assicurazioni per il personale all’estero. Che meraviglia sarebbe, un vero paese dei balocchi della cooperazione! Volemose bene, peace and love. Poi qualcuno penserà a pagare le nostre bollette di luce e gas.

Poi però succede il casino e ci accorgiamo che forse – se davvero vogliamo fare la differenza, seppur minuscola, per le comunità che serviamo – occorrono alte professionalità, organizzazione e una gestione manageriale necessarie per enti che sono vere e proprie multinazionali, con uffici e staff in decine di paesi, e protocolli e procedure interne che richiedono investimenti di risorse umane ed economiche.

Spero che questo sfogo non appaia come una difesa della categoria, di cui nessuno sente il bisogno. Ma trovo davvero insopportabile che molte persone invochino il modello Dame di San Vincenzo e poi, al minimo problema, si accorgano che – insomma – non si possono mandare dilettanti allo sbaraglio! Delle due l’una: se siamo d’accordo che questo settore richieda conoscenza, professionalità e organizzazione, il tutto viene con un costo. Altrimenti continuiamo con una cooperazione a costo zero, ma prepariamoci ad altre Silvie Romano nel futuro.

Il Fatto Economico - Una selezione dei migliori articoli del Financial Times tradotti in italiano insieme al nostro inserto economico.

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