Il blocco dei rigoristi e quello di chi, invece, chiede maggior flessibilità in vista della prossima discussione in sede di Consiglio Ue sul Recovery Fund sono ancora troppo distanti per poter sperare in un accordo a breve. Lo ha fatto capire il primo ministro olandese, Mark Rutte, che dopo aver rilasciato un’intervista a 7 del Corriere della Sera in cui ha ribadito la ferma posizione dei cosiddetti “frugali” nel non voler concedere stanziamenti a fondo perduto, ma solo prestiti, oggi torna a parlare dichiarando che “non è assolutamente necessario per noi ottenere un accordo lì”, al vertice Ue del 17 luglio.

Un messaggio chiaro al blocco guidato dall’asse franco-tedesco e che ha nell’Italia uno dei Paesi più interessati: è il Sud ad avere necessità di liquidità, se ha fretta dovrà stare alle nostre regole. Dichiarazioni in contrasto con le posizioni, tra gli altri, della cancelliera tedesca, Angela Merkel, che proprio Rutte incontrerà il 9 luglio a Berlino per una cena di lavoro: “La strada è dissestata e servirà molta disponibilità al compromesso – ha detto in mattinata la leader della Cdu – Di fronte all’attuale congiuntura economica il tempo stringe e conta ogni giorno”, ribadendo la necessità di un accordo al più presto, “forse addirittura entro la pausa estiva“. “La situazione è straordinaria e serve uno sforzo straordinario”, ha spiegato prima di concludere dicendo che le misure eccezionali proposte dalla Commissione Ue sono adeguate, anche perché “limitate nel tempo e orientate all’obiettivo”.

Ma il premier de L’Aia le ha fatto capire che, tra i 27, solo il suo blocco ha necessità di trovare un accordo in tempi rapidi: “Non credo che abbiamo bisogno di tutta questa folle fretta“, ha ribadito. Posizione sposata anche dall’Austria, altro Paese schierato con i “frugali”. Il ministro degli Esteri di Vienna, Alexander Schallenberg, durante un incontro alla Farnesina ha ribadito quello che lo stesso Rutte aveva dichiarato nella sua ultima intervista: “Sul Recovery Fund noi non discutiamo se si debba aiutare, ma come si debba aiutare”. E per loro, l’ipotesi di finanziamenti a fondo perduto, al momento, non è sul tavolo.

A frenare ulteriormente il processo che porta a un accordo tra i 27 Stati membri sono anche i Paesi che fanno parte del cosiddetto blocco di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che chiede maggiori fondi, nonostante dichiarino di aver “gestito meglio dei nostri partner e amici dell’Europa occidentale la situazione del Covid-19“, aspetto che dovrebbe “guidare le negoziazioni sul pacchetto Ue”: “Il punto di partenza delineato dalla Commissione Ue non è male, è interessante. Richiede certamente delle correzioni e le chiederemo” affinché il gruppo dei Visegrad “non sia punito” soltanto perché “si trova da un lato meno ricco d’Europa”, ha detto il premier polacco, Mateusz Morawiecki, al termine del vertice dei quattro a Varsavia.

Secondo la loro interpretazione, il minor numero di contagi registrati rispetto a Paesi come Italia, Spagna, Francia o Germania non deve giustificare una “punizione” nei loro confronti, chiedendo così l’accesso a una parte più cospicua di fondi per raggiungere gli obiettivi legati alla crisi: “Noi opteremo per una maggiore elasticità nella divisione dei fondi”, ha detto Morawiecki mostrando perplessità rispetto alla opzione di una distribuzione che, tenendo conto della disoccupazione, penalizzi chi è riuscito a limitare la perdita di posti di lavoro.

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