A sei giorni dal deposito delle denunce dei familiari e a quattro dalle audizioni del premier Giuseppe Conte e dei ministri della Salute e dell’Interno, Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, arriva la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati da parte dei pm di Bergamo dei primi due nomi. L’ipotesi di reato è di epidemia e omicidio colposi e non è nota l’identità di chi è sotto inchiesta come riporta Il Corriere della Sera. La procura di Bergamo indaga sulla gestione del pronto soccorso di Alzano Lombardo, chiuso e riaperto il 23 febbraio scorso, dopo la scoperta dei primi due casi Covid-19, in seguito morti, sulle morti nelle Rsa e sulla mancata istituzione della zona rossa dei comuni della Val Seriana colpiti dall’epidemia. Secondo quanto riporta il quotidiano di via Solferino, “nessun dirigente e nessun medico dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Seriate, competente su Alzano, avrebbe ricevuto al momento informazioni di garanzia”. Le iscrizioni infatti sono riferibili al filone della mancata chiusura dell’ospedale.

Prima di raccogliere le testimonianze del presidente del Consiglio, dei ministri e del presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, gli inquirenti – un pool formato da quattro sostituti e coordinati dalla procuratrice facente funzioni Maria Cristina Rota, ha sentito il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, il governatore lombardo, Attilio Fontana, l’assessore regionale al Giulio Gallera e l’ex direttore generale della sanità, Luigi Cajazzo, recentemente trasferito ad altro incarico.

Nelle scorse settimane Cajazzo era stato ascoltato e aveva messo a verbale, tra l’altro, che la decisione di riaprire il pronto soccorso della struttura il 23 febbraio, dopo l’accertamento dei primi due casi di Coronavirus, era stata “presa in accordo con la direzione generale della Asst di Bergamo Est“, in quanto era stato assicurato che era “tutto a posto”: i locali sanificati e predisposti “percorsi separati Covid e no Covid”. Una versione che però era stata smentita da un’inchiesta giornalistica del Tg1 che il 10 aprile aveva mandato in onda un servizio in cui un medico presente alla riunione del 23 febbraio aveva raccontato che a decidere fu lui: “Il 23 febbraio è arrivata la chiamata del direttore generale dell’assessorato al Welfare Cajazzo, che ha detto: non si può fare, perché c’è almeno un malato di Covid in ogni provincia, non possiamo chiudere oggi Alzano, tra due ore Cremona…Quindi riaprite tutto“. L’ordine, quindi, sarebbe arrivato dal cuore della Regione Lombardia. “Noi – continua il testimone – non sapevamo che Alzano sarebbe stata epicentro italiana, sapevamo solo di Codogno e quindi credevamo si dovesse fare come a Codogno”. Cioè chiudere e sigillare tutto. Ma così non è stato. Cosa hanno pensato i medici dopo che da Milano è arrivato l’ordine di riaprire il pronto soccorso? ”Siamo morti. Abbiamo pensato: se noi tecnici dobbiamo dipendere da loro, siamo morti“.

Dopo tre giorni metà delle persone presenti a quella riunione si era ammalata. Ventiquattro ore prima, invece, il direttore dell’ospedale di Alzano, Giuseppe Marzulli, scrive alla direzione generale. Una lettera ufficiale, pubblicata da Tpi, in cui il dirigente spiega che “presso il Pronto Soccorso stazionano tre pazienti senza che vengano accolti né dall’ospedale di Seriate né da altre strutture aziendali. È evidente che in queste condizioni il Pronto Soccorso di Alzano Lombardo non può rimanere aperto”. In un primo momento all’ospedale è stato chiesto di attendere l’esito del tampone sui 3 pazienti. “Tale indicazione”, continuava il direttore, “è assurda (ed uso un eufemismo) in quanto come noto i tempi di refertazione sono mediamente intorno alle 48 ore e ciò vuol dire far stazionare tali pazienti per 48 ore presso il Pronto Soccorso di Alzano Lombardo, cosa contraria a qualunque protocollo e anche al buon senso”. Una volta sollevata l’assurdità della disposizione, ad Alzano era stato comunicato che il problema era diventato “la mancata disponibilità di posti letto”. “Ritengo indispensabile un intervento urgente“, chiudeva la sua missiva Marzulli. Era già troppo tardi pero: ad Alzano, a Nembro, in tutta la Bergamasca, il virus aveva cominciato a fare strage. A Bergamo il 26 febbraio c’erano “solo” 20 casi che però diventano 72 il giorno dopo, quasi quattro volte in più. Si passa a 103 il 28 febbraio, il 1 marzo raddoppiano a 209, poi 243 e in pochi giorni il focolaio si era drammaticamente intensificato.

Dalla mancata chiusura dell’ospedale alla mancata istituzione della zona rossa è stato un attimo. Il 27 febbraio l’assessore Gallera dice che si stava “guardando con attenzione alla zona di Alzano Lombardo” anche se “al momento”,dichiarò , “non c’è nessuna ipotesi di introdurre nuove zone rosse”. L’ipotesi però comincia a diventare concreta il 3 marzo. “Abbiamo chiesto all’Istituto Superiore di Sanità di fare valutazioni e suggerire a noi e al governo le migliori strategie”. E proprio il 3 marzo il Comitato tecnico scientifico fa sapere che sarebbe stata necessaria la chiusura della zona. Da qui la richiesta di approfondimenti da parte del premier Conte per sapere se sarebbe bastata o se andasse chiusa tutta la Lombardia.

Due giorni dopo, il 5 marzo, Silvio Brusaferro, risponde che la zona rossa ad Alzano e Nembro va fatta. A testimoniare che si sta più che pensando di delimitare l’area ci sono le segnalazioni degli abitanti della zona sull’arrivo dell’esercito e delle forze dell’ordine. Il 5 marzo è Gallera ad annunciare che dopo la richiesta degli “esperti dell’istituto Superiore di Sanità” la Regione ha dato “l’assenso ma ora il governo deve fare le sue valutazioni“. Ed è sempre lui a sbottare il giorno dopo: “l’Iss aveva formulato una richiesta precisa al governo. Se questa risposta fosse arrivata tre giorni fa avrebbe evitato di lasciare nell’incertezza i cittadini”.L’incertezza finisce l’8 marzo quando un decreto della Presidenza del Consiglio, che entra in vigore il 9, decide la chiusura di tutta la Lombardia e di 14 province. Non in modalità “zona rossa”, ma in una versione meno restrittiva, che fu ribattezzata “zona arancione. Da lì scoppia la polemica sulla mancata istituzione della zona rossa nella media Val Seriana.

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