Quando avevo letto a proposito del plexiglass intorno ai banchi pensavo si scherzasse. Che fossero quelle boutade da scuole dei paesi nordici, dove hanno anche le sale insegnanti con le scrivanie, le sedie ergonomiche e le piante ornamentali. Invece adesso pare che vada per la maggiore quest’opzione claustrofobica di inscatolare bambini e adolescenti in piccoli acquari asciutti.

Ipotizzo il destino di questi pannelli di plexiglas in base alla mia, seppur limitata, conoscenza degli utilizzatori finali.

1. Il pannello istoriato: abilmente scalfito con il compasso da un fine cesellatore, il pannello istoriato fornirà ulteriori centimetri quadrati per incidere a piacere la formula risolutiva delle equazioni di secondo grado, i paradigmi irregolari, le date delle guerre d’indipendenza, gli affluenti del Po. Ambitissimo durante le assenze del legittimo proprietario.

2. Il pannello percosso: ritmicamente colpito in modo ossessivo-compulsivo mediante penne, matite o pennarelli, fornisce un piacevole effetto pioggia nel pineto capace di mandare al manicomio i compagni più vicini, ma anche gli insegnanti che nel frattempo coltivano la trascurabile ambizione di spiegare.

3. Il pannello parlante: nessuna superficie pulita e trasparente resiste a lungo a scuola all’estro creativo dei suoi abitanti, pertanto mi aspetto di trovare facciate decorate col pennarello indelebile, recanti disegni (probabilmente fallici ed apotropaici) ma anche scritte degne delle iscrizioni della basilica di San Clemente.

4. Il pannello rovente: il destinatario del banco posizionato là dove il sole splende si ingegnerà a procurarsi ombroso refrigerio rivestendo il proprio box con carta di giornale, pagine strappate dai libri di poesia il primo giorno di lezione, vezzose tendine confezionate dalla mamma per i più ambiziosi.

5. Il pannello bricolage: arricchito all’interno di pratici ganci a ventosa, questo pannello rivela già tutta la passione per l’ordine del suo abitante che vi appenderà l’astuccio, gli elastici, le forbici, il pacchetto di patatine. Si comincia così, e si finisce in garage a mettere in ordine le chiavi inglesi.

6. Il pannello manomesso: qualora il suo utilizzatore si riveli essere uno studente oversize, di quelli alti alti che si ripiegano nel banco come origami, di quelli che scrivono con il foglio storto e il braccio ancora più storto tutti sul bordo e hanno bisogno di sforare un po’, il pannello andrà incontro ad inesorabili manomissioni grazie a strumenti di laboratorio appositamente sottratti.

7. Il pannello rotto: nulla si crea e nulla si distrugge, ma non è mica vero, a scuola, alla fine, tutto è destinato a rompersi. Volontariamente o meno. Per incuria o per accidente. Il pannello rotto ci sarà e sventurato il suo proprietario che chissà quando se lo vedrà sostituire.

8. Il pannello mancante: a scuola c’è sempre bisogno di un banco in più, per qualcuno che arriva ad anno iniziato, perché uno si sposta da una scuola all’altra, perché, ops, abbiamo letto male i numero degli iscritti. Qualcuno avrà il banco nudo, alla vecchia maniera. Si avvolgerà nella pellicola di plastica come un avanzo in frigo pur di frequentare insieme agli altri.

E poi ci scommetto che qualcuno entrerà nella sua cabina di plexiglass, si legherà la felpa al collo e ne uscirà fuori correndo e urlando “e via, più veloce della luce!”. Al primo che lo fa, nota di merito.

Memoriale Coronavirus

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Lezioni online? Un bel disastro. Se lo Stato taglia pure i docenti sarà la fine dell’università

next
Articolo Successivo

Come i ragazzi possono cambiare il mondo (inquinato), la sfida tra studenti per creare impatti positivi sull’ambiente

next