La Sicilia ha cancellato la “rimozione di genere”, per dirla col ministro del Sud, il siciliano Giuseppe Provenzano. La sua Isola dovrà, infatti, avere almeno un terzo di donne in giunta. O viceversa almeno un terzo degli uomini. Ipotesi improbabile quest’ultima, visto che la Sicilia è la Regione con il governo “più maschio” d’Italia: su 12 assessori il presidente Nello Musumeci ha nominato solo una donna (Bernadette Grasso). Dal 2022 dovrà adeguarsi. Dalla prossima legislatura, infatti, la Regione più a Sud d’Italia risolvere la “rimozione”. Due giorni fa il ministro originario della provincia di Caltanissetta ha usato queste parole per spiegare il suo rifiuto a partecipare ad un convegno che annoverava solo relatori maschi.

Dopo sette mesi dall’esordio della legge in aula, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato, nel tardo pomeriggio di mercoledì 10 giugno, il disegno di legge sulle “Norme relative al funzionamento del governo regionale”. Prevede il vincolo di una presenza di genere minima di un terzo. “Vuol dire che non si potrebbe avere neanche una giunta tutta al femminile, perché dovranno esserci almeno un terzo di uomini”, spiega Elvira Amata, capogruppo di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Statuto. Commissione che con la legge approvata oggi porta a casa anche un rafforzamento dell’assemblea come organo di controllo e dissenso nei confronti del governo: la legge prevede anche l’autoscioglimento dell’assemblea nel caso di dimissioni contemporanee della maggioranza assoluta dei deputati e una maggiore trasparenza, prevedendo il passaggio in commissione paritetica delle norme di attuazione, prima che arrivino in aula.

La norma è stata votata all’unanimità da tutta l’assemblea. “E’ una legge trasversale, come è giusto che sia una la legge frutto del lavoro in Commissione Statuto, che non può avere colore politico”, sottolinea ancora Amata. Un “passo avanti” anche per il Pd: “Verso la parità di genere da noi proposta e non accolta dalla maggioranza che proporremo anche per le giunte comunali”, commenta il capogruppo del Pd all’Ars, Giuseppe Lupo. “Le donne devono andare avanti perché brave e meritevoli”, sottolinea, invece, Valentina Zafarana, consigliera del M5s, che rivendica una forte presenza della donne nel M5s sia “a Palermo che a Roma e questo ci inorgoglisce”. La leghista Marianna Caronia ricorda: “La ridotta partecipazione delle donne alla vita politica e amministrativa siciliana ha radici culturali, storiche e politiche che affondano nel tempo e che vanno recise in modo drastico. Il voto unanime è stato un bel segnale da parte dell’Assemblea Regionale”.

Usa toni trionfanti il presidente di Palazzo dei Normanni, Gianfranco Micciché, al termine della votazione, rivolgendosi ai consiglieri in aula: “Questo risultato mi inorgoglisce ancora di più come presidente di quest’assemblea. Un segno di modernità che fa della Sicilia una delle regioni più avanti d’Italia”. Il riferimento è al fatto che altrove una legge che imponga la rappresentanza di genere nelle giunte regionali non esiste. Ma nei fatti la norma approvata oggi allinea semplicemente la Sicilia alle altre realtà.

Dalla prossima legislatura l’Isola avrà almeno un terzo di donne come già fa l’Emilia Romagna, la cui giunta eletta lo scorso gennaio conta infatti 8 maschi su 12. Peggio della Sicilia farebbe, infatti, solo il Molise: tutti uomini ma su un numero di assessori inferiore, 5 in tutto. Simili proporzioni si riscontrano solo in Puglia, dove si conta una donna su 9 assessori. Mentre la Calabria da gennaio ha una donna presidente – Jole Santelli – e due assessore su 7 in giunta. Prima, quando il governatore era Mario Oliverio, metà del governo regionale era composto da donne. Stessa proporzione in Toscana, che ha il titolo di regione più paritaria: la giunta presieduta da Enrico Rossi conta 4 donne e 4 uomini.

Dovrà dunque risalire la classifica la Sicilia che adesso vanta solo Bernadette Grasso, assessora alle Autonomie locali. Musumeci avrebbe potuto cominciare a riequilibrare le proporzioni circa un mese fa, quando ha deciso di affidare alla Lega la guida dei Beni culturali, consegnando la delega scoperta da più di un anno, cioè dalla tragica morte di Sebastiano Tusa. Il ddl che prevede la quota minima di rappresentanza di genere è stato approvato dalla commissione Statuto addirittura nel maggio del 2019. Ciò nonostante, a distanza di un anno, il governatore ha comunque optato per un altro uomo: Alberto Samonà. In totale in giunta ne ha 11: praticamente una squadra di calcio.

E dire che la Sicilia ha regalato alcune prime volte alle donne in politica. È siciliana la “prima donna membro di un governo in Europa, sia pur regionale”, come si definiva lei stessa: Paola Verducci Tocco, messinese eletta con la Dc all’Assemblea regionale siciliana nel 1947, nominata un anno dopo assessora regionale supplente al Lavoro. Dopo di lei il nulla: si dovette attendere il 2001, sotto il governo Cuffaro. Sarà poi nel 2006 che per la prima volta una donna, Rita Borsellino, si candiderà alla presidenza della Regione. Sconfitta dallo stesso Cuffaro. Dopo le dimissioni di Totò Vasa Vasa, la Sicilia si consegnerà al suo alter ego autonomista, Raffaele Lombardo, che non inserì nessuna donna tra gli assessori, salvo poi correggersi con la nomina di Caterina Chinnici: l’unica per tutta la durata del suo governo. Sarà Rosario Crocetta a popolare di donne la giunta, nominandone nei vari rimpasti addirittura 17. Ma con la vittoria di Nello Musumeci si è tornati a una giunta quasi totalmente azzura. Se non è una “rimozione” totale, poco ci manca.

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