Domenica 31 maggio, su invito di ArciLesbica, si è tenuto un webinar con Sheila Jeffreys per il lancio italiano della Declaration on Women’s sex-based rights, dopo che l’incontro in presenza, intitolato “Le donne soggetto del femminismo” e previsto a Milano lo scorso 1° marzo, era stato cancellato dall’emergenza sanitaria. Dure polemiche hanno preceduto il webinar, anche a causa di un’improvvida petizione contro ArciLesbica tacciata di transfobia, iniziativa che ora imbarazza anche i proponenti, come risulta dal no comment di Arcigay.

La rete femminista in cui ArciLesbica è inserita ha reagito con una dichiarazione sottoscritta da gruppi e singole del movimento delle donne.

IL NOSTRO E' FEMMINISMO, NON TRANSFOBIANoi, associazioni e singole persone impegnate nella società civile, nel…

Gepostet von ArciLesbica Nazionale am Donnerstag, 28. Mai 2020

Che cosa dice la Declaration? Dice che se a livello istituzionale si sostituisce la nozione di sesso con quella di identità di genere, i diritti delle donne ne riceveranno un danno. A livello politico ad esempio, perché laddove esistono quote o incarichi destinati alle donne, questi potranno essere occupati da persone con identità di genere femminile, come accaduto in Inghilterra, dove nel Labour Party un giovane di sesso maschile e identità di genere femminile è diventato rappresentante delle donne.

Oppure come è successo nel partito democratico dello Stato di New York dove, su proposta di Emilia Decaudin, attivista transgender, è stata abolita la regola di avere un uomo e una donna eletti come rappresentati negli organismi direttivi del partito: ora potrà esserci un uomo e una persona di sesso maschile con identità di genere femminile e nessuna donna.

In questi giorni, J. K. Rowling è accusata di passi falsi dovuti alla mezza età (trito argomento misogino) per le sue ripetute prese di posizione sulla realtà del sesso. All’estero accadono stranezze, si dirà, ma forse non tutti sanno che anche in Italia il movimento trans chiede la semplice autodichiarazione per ottenere il cambio anagrafico, senza interventi chirurgici, né terapie ormonali, né certificazioni mediche.

La Declaration evidenzia le conseguenze negative per i diritti delle donne di un approccio che sostituisca al sesso l’identità di genere negli sport femminili, nella politica, nelle ricerche sulle donne, nei rifugi antiviolenza. La transfobia non c’entra. Nel movimento Lgbt abbiamo sempre detto “Uguali nelle differenze” mentre ora sembra che la differenza lesbica non abbia più legittimità e si va dicendo che esistono persone con il pene e con identità femminile lesbica. Accettarlo significherebbe che non esiste più il lesbismo.

Il transfemminismo si presenta come movimento inclusivo di tutti i ribelli, donne, uomini, trans, che criticano la norma del genere, cioè maschilità e femminilità tradizionali. È quindi un movimento misto, che celebra le soggettività trasgressive, in quanto campioni di autodeterminazione.

Per il transfemminismo queer il sesso non esiste essendo solo un effetto del discorso di genere binario, che occorre sovvertire con individuali rielaborazioni. Come spiegare con questo approccio quelle persone trans che vogliono cambiare sesso e non si accontentano di cambiare il genere? E l’omosessualità che è orientamento del desiderio verso una persona dello stesso sesso e non dello stesso genere? Io sono attratta (talvolta) da una donna, un essere umano di sesso femminile, per questo sono lesbica, e non sono attratta da un essere umano di sesso maschile che abbia un’identità di genere femminile. Fin qui tutto sembra assodato, ma no: per qualcuno è transfobia, discorso discriminatorio.

Il transfemminismo è intollerante. Se dici che il soggetto del femminismo sono le donne, sei tacciata di transfobia, la transfobia è fascista e deve essere zittita.

Questi sovversivi del genere non sanno stare in presenza di un radicalismo che non li prevede come attori principali. La posta in gioco è la possibilità per le donne femministe (e non transfemministe) di scrivere, riunirsi, parlare.

Ci opponiamo all’occupazione dello spazio teorico e politico e fisico delle donne da parte di altre soggettività e ai metodi intimidatori. I queer pretendono di appropriarsi del sapere, del piacere, dell’agire delle donne, ovvero degli studi delle donne, della sessualità lesbica, del femminismo, riconducendoli a un progetto neutro. A volte ottengono il benestare di giovani donne che così facendo si sentono solidali con gli oppressi.

Dopo la contrapposizione tra abolizioniste dell’utero in affitto e della prostituzione versus regolamentiste dell’uno e dell’altra, un altro terreno di separazione tra Lgbt è la questione sesso/genere: siamo soprattutto donne a porre il problema, ma ci sono anche uomini che come noi pensano che le simpatie capitalizzate dal movimento Lgbt negli anni andranno presto dilapidate con parole d’ordine insopportabili, come “l’utero è mio e lo vendo io”, “sex work is work”, “esistono lesbiche con il pene”, dalle quali siamo totalmente distanti e intendiamo continuare a dirlo.

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