Sei anni e sei mesi per atti sessuali e violenza sessuale per induzione su un minorenne. È stata emessa la sentenza del Tribunale di Prato nei confronti dell’infermiera di 32 anni che nel 2017 aveva avuto diversi rapporti sessuali con un ragazzino di 13 anni durante le ripetizioni di inglese in vista dell’esame di terza media. Dalla relazione partita nell’estate del 2018 la donna aveva avuto un bambino. Condannato a un anno e cinque mesi anche il marito della donna che era imputato per aver alterato lo stato del figlio riconoscendolo come suo pur sapendo di non essere il padre naturale. La donna è libera dal febbraio scorso, quando sono stati revocati i domiciliari durati 11 mesi, ma non può avvicinarsi al ragazzino: da tempo sta seguendo un percorso psichiatrico.

Lo scorso 18 maggio il pm di Prato Lorenzo Gestri aveva chiesto una condanna a 7 anni senza alcuna attenuante generica per l’infermiera mentre il sostituto procuratore Lorenzo Boscagli aveva chiesto una condanna a due anni con le attenuanti generiche nei confronti del marito. Il processo era ripreso in presenza solo quel giorno dopo l’interruzione causa emergenza Covid-19 e all’udienza si era presentata anche la donna: “Vorrei che emergesse la verità – aveva detto ai cronisti dopo la requisitoria del pm – sono fiduciosa”. Il marito invece ha sostenuto di avere “sempre detto la verità”.

Il giudice di Prato, Daniele Migliorati, ha accolto quasi totalmente la tesi della Procura secondo cui la relazione sessuale era iniziata quando il ragazzino aveva 13 anni e mezzo mentre la difesa ha sempre sostenuto che la relazione fisica fosse iniziata a 14 anni. Nella sua requisitoria il pm Gestri aveva sottolineato il fatto che la donna non avesse contribuito all’accertamento della verità durante le indagini preliminari, introducendo “elementi fuorvianti” e non avendo compiuto sforzi per risarcire lo studente e la sua famiglia. Caso diverso per il marito accusato di alterazione dello stato civile, un reato conseguente del comportamento della moglie e da lui accettato. “La verità è un’altra, speriamo nel processo di appello” ha detto la donna dopo aver ascoltato la lettura della sentenza.

L’inchiesta – Tutto era iniziato nella primavera del 2017, quando i genitori del ragazzino avevano mandato il proprio figlio – allora 13enne – a ripetizione di inglese dalla donna, infermiera laureata in Lingue, in vista del suo esame di terza media. Secondo le ricostruzioni dei pm, le ripetizioni erano avvenute tra la primavera e l’estate del 2017 a casa di lui e già lì si era verificato il primo rapporto sessuale, raccontato dal ragazzino al proprio istruttore di palestra. Gli incontri sessuali poi erano andati avanti dal settembre al novembre 2017 e durante uno di questi, la donna era rimasta incinta prima di confessarlo al giovane nel dicembre 2017. Il figlio è nato a fine estate del 2018 e gli esami del Dna avevano confermato che il padre del bambino fosse il minorenne.

Le chat: “Se non vieni mi uccido” – La donna era stata arrestata ai domiciliari il 28 marzo 2019 dopo i test del Dna e i messaggi ricattatori mandati al 14 enne che voleva interrompere la relazione: “Se non vieni da me mi uccido” diceva lei nelle chat Facebook e Whatsapp. Poi portava il bambino nella palestra dove si allenava il minorenne che però non voleva farlo sapere ai genitori: “Te lo dico per l’ultima volta – rispondeva lui – già mi hai rovinato la vita, puoi evitare di portarlo in palestra… Ti prego voglio andare bene a scuola e fare felici i miei te lo scongiuro faccio ciò che vuoi”. Così i due erano arrivati a un accordo: se avessero continuato a vedersi, lei non avrebbe più portato il figlio in palestra. Più tardi, quando lei aveva scoperto che il ragazzino aveva messo sui social una foto con una sua coetanea, gli aveva scritto: “Va a finire che mi ammazzo”. Tutto questo prima che la mamma del minorenne scoprisse tutto e denunciasse il caso in Questura.

La difesa – Durante il processo la donna ha ammesso i rapporti sessuali con il minorenne ma sostenendo che il primo sarebbe avvenuto quando lui aveva già compiuto 14 anni, nel novembre 2017. Il ragazzino, sentito a febbraio scorso, invece ha spiegato di aver avuto il primo rapporto sessuale nel giugno 2017, quando aveva ancora 13 anni. Gli avvocati della donna, Mattia Alfano e Massimo Nistri, hanno chiesto la sua assoluzione da tutte le accuse sostenendo che un quattordicenne di oggi non possa essere equiparato a un coetaneo del 1930, anno nel quale è stato concepito il codice che punisce il reato di atti sessuali su minorenne: “Del tutto anacronistico sostenere l’incapacità assoluta del minore di 14 anni – hanno scritto i legali nella relazione finale – ​Su tutto, e in particolare sulla consapevolezza sessuale, non può non ricordarsi l’avvento di internet, e con quello l’introduzione degli smartphone che hanno reso la rete con le sue informazioni, i siti e i video liberamente accessibili a chiunque. ​Maggiore informazione, maggiore consapevolezza, maggiore, necessariamente, formazione, anche dal punto di vista sessuale”.

Twitter: @salvini_giacomo

Aggiornato da redazione web

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