I tacchetti delle sue scarpe picchiano forte contro il pavimento. Avanza lentamente, Steven Gerrard. Un passo dietro l’altro. Un sospiro dietro l’altro. C’è solo un pensiero che continua a rimbalzargli in testa mentre cammina lungo il tunnel che porta al campo: non deve mettersi a piangere. Non ora. Non lì. Non in quel pomeriggio del 16 maggio del 2015. Cammina senza fretta, con la figlia più piccola, Lourdes, accoccolata sul suo braccio sinistro e con la mano destra che si alza per toccare la scritta This Is Anfield. Solo allora riesce a sentire la voce dello speaker dello stadio: “È cresciuto come uno dei Reds e ha sognato di giocare davanti alla Kop – sta gridando nel microfono – è andato avanti fino a raggiungere 708 presenze, 502 in Premier League, segnando 119 gol e vincendo quasi tutto quello che si poteva vincere“. Steven Gerrard si irrigidisce per un momento. Quella parola lo ha centrato come un sasso in piena fronte. Perché è un’espressione che non si dovrebbe usare in un addio. Ma, soprattutto, perché quell’espressione è vera. In quel ‘quasi’ è compressa tutta l’essenza del capitano dei Reds.
Cinque lettere che sembrano calzargli a pennello. Molto più di tutte le altre che sono state usate per descriverlo negli ultimi due decenni. Molto più di “bandiera”, molto più di “fedele agli stessi colori”, molto più di “figlio di Liverpool”. Perché raccontare Steven Gerrard, che oggi compie 40 anni, solo come espressione di un popolo e di una maglia, solo in base a quel mandato imperativo che lo ha trasformato per anni in un rappresentante in campo della Kop, significa fargli un torto. Gerrard è stato un giocatore immenso, un centrocampista che sapeva fare tutto e che faceva tutto ottimamente. Contrasti, lanci lunghi, assist, cambi di gioco. E anche gol, tanti. Un bagaglio così ricco da trasformarlo nel più forte centrocampista al mondo, almeno secondo Zinedine Zidane. Gerrard è stato un calciatore capace di segnare un’epoca, ma in modo molto diverso dagli altri fuoriclasse. La sua grandezza non può essere misurata soltanto in base al rapporto simbiotico con Liverpool e con il Liverpool. Così come non può essere calcolata sulla base delle vittorie.
Certo, la Champions League conquistata a Istanbul contro il Milan, in rimonta, è diventata un topos letterario, un evento che a distanza di 15 anni continua a riempire pagine intere di libri e riviste, eppure il centrocampista dovrà convivere per sempre con la frustrazione di non essere mai riuscito a vincere un trofeo forse meno prestigioso ma più atteso: la Premier League. Un copione che si è ripetuto anche con la Nazionale inglese, di cui è stato prima stella e poi capitano. Gerrard, insomma, è riuscito a diventare immortale più per i trofei che non è riuscito a mettere in bacheca che per quelli che ha alzato al cielo. Poco male, forse. Perché un’overdose di coppe avrebbe finito per plastificarlo, per stampargli addosso quel tocco patinato che non gli appartiene. Perché a trasformare Steven Gerrard in un simbolo ci ha pensato proprio quel “quasi”.
La mancata assuefazione al successo non l’ha proiettato in nessun pantheon calcistico, al contrario l’ha reso più umano. Un campione che sa uscire sconfitto, l’eroe di Istanbul che per anni è costretto a mangiare cucchiate di polvere, un leader in grado di dare l’esempio ma incapace di nascondere la propria fragilità. Come nel 2003, quando ormai era chiaro a tutti che la fascia di Sami Hyypia si sarebbe allacciata presto al suo braccio. “Ricordo il giorno in cui Stevie è diventato capitano – ha ricordato il centrale al Guardian – ci stavamo allenando e lui evitava di guardarmi. Sono andato a sedermi accanto a lui e gli ho detto: ‘Congratulazioni e per qualsiasi cosa di serva io sono sempre qui’. È stato un sollievo per lui”.
Ma Steven Gerrard è stato quasi molte cose in carriera. Nel 2005 è stato quasi un giocatore del Chelsea. Dopo tanti no aveva finito per cedere al corteggiamento di José Mourinho. Era rimasto impressionato dal suo modo di gestire le partite, di curare i dettagli. Aveva ascoltato i racconti di chi era stato allenato dal portoghese e aveva sgranato gli occhi. Stevie G, l’uomo di Liverpool, non aveva dubbi. Per vincere doveva essere allenato da quell’uomo dall’ego smisurato. Così aveva finito per dire sì, aveva deciso di cambiare la sua maglia rossa con una qualsiasi maglia blu. Poi, quando l’affare sembrava chiuso, il centrocampista aveva cambiato idea. “Voglio vincere trofei con il Chelsea o voglio essere fedele al Liverpool – si era domandato – Cosa è più importante per me? Titoli e medaglie o l’amore e il rispetto?“. E alla fine tutti i suoi dubbi erano stati spazzati via.
Ma Gerrard è anche il calciatore che ha quasi vinto la Premier League. È successo il 27 aprile del 2014. Proprio contro il Chelsea. Proprio contro Mourinho. La sera prima Gerrard è seduto sul divano. Solo che all’improvviso sente la sua schiena che si spezza a metà. Il dolore è insopportabile. L’ibuprofene non fa effetto. Il Voltarol fa ancora meno. Solo il Diazepam sembra dargli un minimo di sollievo. Cerca di pensare ad altro, cerca di concentrarsi sulla classifica della Premier League. Perché a tre giornate dalla fine il Liverpool è primo, con 3 punti di vantaggio sul Manchester City (che però ha una migliore differenza reti) e 5 sui Blues. Eppure Gerrard non riesce proprio a concentrarsi sull’obiettivo. Al contrario, inizia a pensare a tutte le volte in cui ha perso contro il Chelsea. Un’inutile invocazione della legge di Murphy che troverà piena applicazione il pomeriggio successivo. Perché Stevie-G è lì al suo posto. Con un’iniezione di cortisone che gli permette di non concentrarsi solo sul dolore che gli sta scavando la schiena. La partita è molto più difficile del previsto, ma alla fine il Liverpool potrebbe anche accontentarsi di un pareggio. Poi, al 45’ Mamadou Sakho è quasi sulla linea del centrocampo e passa il pallone a Gerrard. Il numero 8 alza la testa per osservare la posizione di Ba e si prepara a ricevere. Ne ha stoppati a milioni di quei palloni durante la sua carriera. Non fermerà proprio quello. Gerrard cicca l’aggancio e scivola, poi si rialza e comincia a correre dietro a Ba che nel frattempo è solo davanti a Mignolet. “Tutto quello che ho pensato dentro di me è stato: Salvami Simon, salvami”. Ma se Dio raramente risponde alle preghiere, figuriamoci Mignolet. Il Chelsea segna il gol dello 0-1, poi raddoppierà nella ripresa. Gerrard verrà ricordato (anche) come l’uomo che ha regalato il titolo al Manchester City di Pellegrini. Ed forse è stato quello il momento che lo ha trasformato una volta per tutte in leggenda.

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