Un miracolo può essere compiuto soltanto una volta. Altrimenti diventa prestidigitazione, illusione, inganno. A meno che non ci si trovi seduti fra i seggiolini del Santiago Bernabeu. Perché in quel tempio pagano colorato di bianco, anche i miracoli possono venire declassati a semplice consuetudine. Un concetto che è diventato piuttosto chiaro a tutta Europa durante la Coppa Uefa 1984/1985. E i primi ad aver sperimentato questa legge ferrea sono stati gli iugoslavi dell’HNK Rijeka.

Dopo aver eliminato il Real Valladolid ai trentaduesimi di finale, la squadra di Fiume aspetta i sorteggi con un certo ottimismo. L’urna le regala un’altra spagnola. Un altro Real. Solo che stavolta è completamente vestito di bianco. E anche se la sua stagione non sembra destinata alla gloria, basta pronunciare quel nome per sentire la paura che inizia a sgonfiare i muscoli delle gambe. Il 24 ottobre, in Yugoslavia, si gioca la gara di andata. Il Real Madrid viene da un insipido 0-0 casalingo contro il Malaga e, visto il nono posto nella Liga, non ha nessuna intenzione di lanciarsi in un’impresa al grido di “O Fiume o morte”. Così il tabellone dello stadio proietta un finale piuttosto particolare.

“Il risultato più inaspettato è il 3-1 del Rijeka al grande Real Madrid – scrive il giorno dopo Gianni Mura su Repubblica – unica delle sei squadre spagnole rimasta in lizza. Senza Santillana e Juanito, ma con i vari Stielike e Lozano, i bianchi di Amancio hanno rischiato una stangata peggiore: all’ 82′ Isidro ha segnato il gol che li autorizza a sperare“. E infatti, due settimane più tardi, al Bernabeu va in scena tutta un’altra partita. Per più di un’ora il match è fermo sullo 0-0. Serve un episodio, un colpo che dia vita all’effetto domino. E la svolta arriva al 67’, quando Juanito segna il rigore che cambia la partita. Le gambe dei giocatori del Rijeka iniziano a tremare. Sempre più forte. I loro contrasti sono più molli, i loro passaggi più imprecisi, i loro scatti più lenti. Un quarto d’ora più tardi è tutto finito. Santillana al 79’ e Jorge Valdano all’82’ inchiodano il risultato sul 3-0.

Qualcuno utilizza la parola impresa. Altri storcono il naso. Perché il Real ha faticato troppo per battere gli avversari ed è riuscito a qualificarsi solo a una manciata di minuti dalla fine. Fatto sta che il 9 novembre, a Zurigo, si tiene un altro sorteggio. E tutti sanno qual è la squadra da evitare. “Per me la più forte del gruppo – dice l’allenatore dell’Inter Ilario Castagner – è senz’altro l’Anderlecht, una squadra praticamente insuperabile attualmente. Ma se proprio dovesse arrivare, almeno conosciamo già qualcosa”. Sì perché i belgi sono arrivati in finale nelle ultime due edizioni della Coppa Uefa. La prima l’hanno vinta contro il Benfica. La seconda l’hanno persa con il Tottenham. E solo un mese fa hanno battuto per 6-2 la Fiorentina nel secondo turno, dopo aver pareggiato 1-1 fuori casa.

Chi pesca i belgi? Proprio il Real. La sfida di andata si gioca in un Costant Vanden Stock stracolmo. E l’Anderlecht si conferma una squadra ingiocabile. Fra il 65’ e il 66’ i belgi segnano con Erwin Vandenbergh e Alex Czerniatynski, mentre all’85’ Frank Vercauteren completa il capolavoro. Tre a zero. Il Real è annichilito. E stavolta neanche il Bernabeu sembra poter ribaltare quello svantaggio. L’Anderlecht è una squadra che gioca un calcio a tratti perfetto.

A centrocampo si sta affermando un ragazzo di appena 18 anni. Si chiama Vincenzo Scifo e a giugno si era presentato al tribunale civile di Mons. Aveva rinunciato alla cittadinanza italiana per abbracciare quella del Belgio. D’altra parte lui era nato e cresciuto a La Louviere, una delle zone minerarie mandate avanti dagli immigrati. Soprattutto italiani. I suoi erano andati via dalla provincia di Agrigento anni prima e Vincenzo proprio non sentiva l’esistenza di un cordone ombelicale con lo Stivale. Eppure si dice che il giorno successivo alla sua visita al tribunale di Mons, il telefono di casa sua non ha smesso di squillare. Ogni volta che rispondeva, una voce sconosciuta lo insultava e poi riagganciava immediatamente.

La gara di ritorno si gioca il 12 dicembre 1984. E Scifo è uno dei calciatori più attesi. Nel tunnel che porta al prato del Bernabeu, Camacho e Santillana fermano i compagni. Li guardano e alzano la voce. Iniziano a gridare per motivarli, per motivarsi. La rimonta è improbabile ma non impossibile. E questo al Bernabeu vuol dire tutta un’altra cosa. Il Real si plasma intorno a un 4-3-3 piuttosto raro per l’epoca. Ma è l’Anderlecht, che schiera 5 uomini in mediana, a sembrare in inferiorità numerica a centrocampo. I belgi non sono neanche scesi in campo che già si trovano in svantaggio. Dopo due giri di lancette Sanchis stacca di testa e spinge in fondo al sacco il gol dell’1-0. L’Anderlecht è imbambolato, inebetito. I giocatori non riescono a trovare la posizione in campo, vorrebbero solo uscire per togliersi dalla testa il ruggito del Bernabeu. Ma l’agonia è appena iniziata.

Così come la partita di Emilio Butragueño. Al 17’ El Buitre, l’avvoltoio, segna il 2-0 e poi regala due assist a Valdano. Tutto nel primo tempo. Il gol di Frimann-Hansen è solo un dato statistico. “Sono in coma – commenta il presidente del Real Luis de Carlos – ma il mio collega dell’Anderlecht è in terapia intensiva”. I primi 45’ si concludono 4-1. La ripresa dura appena 4’. Butragueño segna ancora. Al 47’ e al 49’. Fa 6-1. Il Real passa ai quarti di finale. “Un’ impresa sensazionale, non riesco ancora a crederci”, dice Butragueño a fine partita. “Real Madrid, che follia”, titola il giorno dopo Marca.

Paul Van Himst, l’allenatore dell’Anderlecht, è un po’ meno entusiasta. “Sono cose inesplicabili, ma ogni tanto succedono”, commenta prima di defilarsi. A fine stagione il Real vincerà la Coppa Uefa. E qualche anno dopo Jorge Valdano prenderà in prestito da Gabriel Garcia Marquez il termine di “miedo escenico” per indicare quel senso di paura che si attorciglia intorno alla gola degli avversari al momento di entrare al Bernabeu. “Ogni mercoledì europeo un carnevale fuori stagione, rumoroso e orgogliosamente vestito di bianco, ci aspetta nel nostro feudo con una fiducia quasi irresponsabile nelle nostre possibilità – scrive l’argentino – Risultati clamorosamente negativi sono stati ribaltati contro gloriose rappresentati di potenze del calcio come Germania, Italia o Belgio, grazie a prestazioni poco meno che miracolose, pur perfettamente spiegabili facendo appello a fattori che vanno al di là di ciò che è strettamente calcistico”. D’altra parte, conclude Valdano, “una squadra, prima di tutto, è uno stato d’animo“.

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