Il “sogno”, almeno ostentato, è di realizzare un “vaccino democratico”, “accessibile anche ai paesi a basso reddito” e che costi “pochi dollari”. AstraZeneca, multinazionale britannica del farmaco che ha annunciato 400 milioni di dosi a settembre, prova a dare garanzie: “Faremo ogni sforzo possibile per consegnare le dosi. Adotteremo un modello not for profit lavorando allo stesso tempo per stabilire catene di approvvigionamento parallele e rifornire tutto il mondo”. La casa farmaceutica ha appena chiuso un accordo con lo Jenner Institute della Oxford University, in Inghilterra, dove è iniziata da qualche settimana la sperimentazione sugli esseri umani all’antidoto contro il Sars Cov 2, il Ccronavirus che scatena la malattia da Covid 19. Un team, quello di Oxford, dove converge anche un pezzo d’Italia. La produzione per le sperimentazioni cliniche “attuali e future” dell’istituto, infatti, avviene in tre stabilimenti: a quelli dell’ateneo a nord-est di Londra e della Sgs Vitrology di Glasgow, si aggiunge anche quello della Advent Srl, che fa capo alla Irbm Spa di Pomezia, in provincia di Roma. Si tratta ovviamente solo di uno dei 118 candidati vaccini censiti al 15 maggio dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Viaggio nella Silicon Valley anti-Covid alle porte di Roma – Ma è proprio l’area della via Pontina, a sud di Roma, a rappresentare una sorta di Silicon Valley della ricerca farmaceutica italiana. Perché se Irbm, di fatto, produce i campioni contenenti l’inoculo virale messo a punto dagli scienziati inglesi, nella vicina borgata capitolina extraurbana di Castel Romano, all’ombra di luna park e outlet commerciali, vi sono altre due società che nella corsa all’antidoto al Covid sono nell’immediata scia dei colleghi inglesi e che a breve inizieranno (anche loro) i test sugli esseri umani. La ReiThera srl, che ha già all’attivo la creazione del farmaco sperimentale anti-Ebola, entro la fine di maggio concluderà la produzione del primo lotto del suo vaccino, da consegnare direttamente al centro di ricerca dell’Istituto ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma, che a luglio comincerà la sperimentazione sui primi 40-50 volontari italiani. Nel frattempo, i vicini di casa della Takis srl, specializzati nella ricerca oncologica, stanno concludendo i test sui topi per il loro di vaccino, che sperano entro l’estate di consegnare ai colleghi dell’istituto ‘Giovanni Pascale’ di Napoli per l’avvio della somministrazione ai volontari umani: prima il farmaco sarà sottoposto ai furetti, “animali su cui gli effetti del Coronavirus sono molto simili a quelli dell’uomo, pratica che ci permetterà di ottenere dei dati importanti sull’efficacia”, spiegano dalla biotech romana. Anche a Castel Romano “si sta lavorando a dei contratti con le case farmaceutiche per la possibile distribuzione del farmaco”, dichiarano in coro i responsabili.

ReiThera e il “trojan” prelevato dai gorilla – Il principio che sta alla base del vaccino messo a punto da ReiThera è simile a quello di Oxford. “Si utilizza il cosiddetto adenovirus – spiega Stefano Colloca, responsabile dello sviluppo tecnologico della biotech romana – un virus altamente contagioso che fa da ‘vettore’, da ‘cavallo di Troia’, per portare nell’organismo ricevente piccole parti della proteina Spike, quella che fa diventare il coronavirus così contagioso”, inducendo la produzione di anticorpi. ReiThera è il nuovo nome della Okairos Srl, che aveva all’inizio del decennio scorso aveva creato l’antidoto sperimentale contro l’Ebola. Un team di giovani, molti sotto i 30 anni, e in prevalenza composto da donne: “Big Pharma ha acquistato il prodotto e il nome, ma non le persone – racconta Antonella Folgori, Ceo di ReiThera – siamo ripartiti e da quello stesso principio abbiamo messo a punto questo vaccino, che ora speriamo funzioni”. Il primo passo deve essere l’assenza di effetti collaterali, “fondamentale perché si possa proseguire”. E poi, ovviamente, il vaccino deve essere efficace: “Saranno i risultati che arrivano dallo Spallanzani a dirci se siamo sulla strada giusta. Noi siamo piuttosto ottimisti”, precisa Folgori. Gli stabilimenti di Castel Romano sono in grado di produrre “fino a 10 milioni di dosi al mese”, ma le insidie si nascondono nelle piccole cose: “Siamo in difficoltà perché non si trovano, in tutto il mondo, le fialette mono dose. Dunque abbiamo il farmaco per la sperimentazione ma non sappiamo come fornirlo”.

Takis e il Dna che guarda anche alla ricerca oncologica – Basta fare il giro dell’isolato della cittadella farmaceutica e si trovano altri scienziati al lavoro un vaccino “basato su acidi nucleici”, stavolta senza alcun “trojan”: “Noi iniettiamo direttamente il Dna plasmidico della proteina Spike nel muscolo”, spiega Luigi Aurisicchio, ad di Takis srl. Si tratta dello stesso principio su cui si basano le ricerche della biotech romana, specializzata nella lotta contro il cancro. “Lavoriamo per sviluppare, con questa stessa tecnica, vaccini efficaci che inibiscano la formazione dei tumori e superare così l’invasiva pratica chemioterapica”, racconta Emanuele Marra, direttore Area Malattie Infettive di Takis. I test del vaccino effettuati su un gruppo di 60 topi avrebbe dimostrato, secondo il team di Castel Romano, che “in alcune cavie la produzione anticorpale inibisce il virus”. Questo ha attivato tutte le procedure per l’avvio della sperimentazione. “Lo Spallanzani ci darà il responso sulla sicurezza del vaccino – ricorda Marra – poi se tutto andrà bene l’Istituto Pascale di Napoli, in autunno, avvierà la sperimentazione, grazie alla collaborazione con il professor Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma”. Se ReiThera ha ricevuto dalle istituzioni 8 milioni di euro per proseguire la propria ricerca, il progetto che Takis ha presentato per i bandi Ue insieme allo Spallanzani “purtroppo non è stato finanziato”, come sottolinea il direttore dell’istituto romano, Giuseppe Ippolito. “Proseguiamo grazie al crowdfounding e ringraziamo tutti i nostri sostenitori”, afferma Marra.

AstraZeneca e il sogno di un “vaccino democratico” – Ma una volta pronto, il vaccino sarà disponibile per tutti? Quanto costerà? Spiega il professor Ippolito: “In questo clima di incertezza è necessario che qualora un vaccino si dimostrasse efficace, i governi nazionali dovrebbero assicurarsi una copertura sul territorio nazionale”. “Gli organismi politici dovranno vigilare, auspico il varo di un soggetto regolatore in questo senso”, afferma Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali). Molto dipenderà anche dalle case farmaceutiche. La francese Sanofi ha dichiarato, fra le polemiche, che darà precedenza agli Stati Uniti “poiché le autorità americane hanno investito finanziariamente per sostenere le ricerche del gruppo farmaceutico”. Approccio totalmente diverso appare quello della britannica AstraZeneca, che possiede in esclusiva i diritti del vaccino di Oxford. “L’intento è quello di fornire il vaccino al maggior numero possibile di paesi in tutto il mondo”, dichiara a Ilfattoquotidiano.it Ilaria Piuzzi, capo della comunicazione di AstraZeneca Italia: “Stiamo sfruttando la nostra capacità industriale a questo scopo, lavorando con un numero di partner per stabilire una catena di approvvigionamento in tempi record”. Non solo: “Stiamo discutendo con la comunità europea e con i singoli governi per garantire un accesso ampio ed equo al vaccino di tutta Europa”, mentre “stiamo istituendo una specifica catena di approvvigionamento regionale per le Americhe, l’Europa, l’India, la Cina e il resto del mondo”. Infine, “per quanto riguarda il costo, sarà l’equivalente di pochi dollari e stiamo lavorando a un meccanismo che permetta comunque l’accesso anche ai paesi a basso reddito”.

Le speranze dei ricercatori: “Un anno importante” – L’altro grande quesito riguarda i tempi del vaccino. Il primo passo sarà la sicurezza, la seconda l’efficacia. “La sperimentazione – spiega Antonella Folgori, ceo di ReiThera – prevede all’inizio poche decine di persone sane (in gran parte riferibili alla comunità scientifica) e sicuramente toccate dal virus. Una volta constatata l’assenza di effetti collaterali gravi, il numero di volontari sarà aumentato. Fra i tre vaccini “romani”, al momento in testa sembra esserci quello di Oxford. “Prevediamo di iniziare uno studio di Fase III su 10.000 persone nel Regno Unito a maggio”, affermano ancora da AstraZeneca, ricordando però che “è importante ricordare che non esiste alcuna garanzia che questo vaccino funzioni” perché “dobbiamo aspettare i risultati del programma di sperimentazione clinica”.

Sia Reithera sia Takis, invece, concordano che il vaccino possa essere pronto per la distribuzione intorno alla primavera 2021. Ma dallo Spallanzani avvertono: “Non esistono sul mercato vaccini genetici per l’uomo, a meno che non si voglia considerare tra questi il vaccino Vsv-Ebola, che utilizza un vettore virale replicativo”. Al contrario, “ne esistono per la prevenzione di malattie infettive in animali”. Dall’altra parte però “i tempi di sviluppo clinico dei vaccini genetici sono equivalenti a quelli dei vaccini tradizionali, ma i tempi di produzione sono molto più rapidi e per questo i vaccini genetici sono più indicati per un’emergenza come quella attuale”.

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Coronavirus, dentro i laboratori italiani che testano il potenziale vaccino. “Iniziamo la produzione, poi i test dello Spallanzani” – VIDEO

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