Nel centenario della nascita di San Giovanni Paolo II lo scandalo della pedofilia travolge la Chiesa polacca. L’arcivescovo di Gniezno e primate della Polonia, monsignor Wojciech Polak, ha chiesto al Vaticano di indagare sulle coperture degli abusi sessuali su minori commessi da un sacerdote nella sua nazione. Nel marzo 2019 la Chiesa cattolica della patria di Karol Wojtyla ha ammesso che negli ultimi trenta anni quasi quattrocento membri del clero si sono macchiati del gravissimo reato della pedofilia. La decisione di monsignor Polak arriva a poco più di un anno dal summit sugli abusi sessuali su minori commessi dai sacerdoti voluto da Papa Francesco in Vaticano, al quale hanno partecipato i vertici delle conferenze episcopali di tutto il mondo. E alle successive e importanti riforme attuate da Bergoglio per contrastare finalmente questa tremenda piaga, come quella di abolire il segreto pontificio per i casi di abusi sessuali del clero.

Monsignor Polak si è rivolto alla Santa Sede dopo il successo del documentario Hide and seek (Giocare a nascondino), realizzato dai fratelli Marek e Thomasz Sekielski, che raccontano di essere stati abusati quando erano bambini da un sacerdote. Su YouTube il film ha raggiunto velocemente quasi due milioni di visualizzazioni. Anche il primo documentario realizzato un anno prima dai due fratelli, sempre sul tema della pedofilia, intitolato Tell no one (Non dirlo a nessuno), ebbe un successo impressionante su YouTube registrando ventitré milioni di visualizzazioni. Nel primo come nel secondo film, alcune vittime, armate di telecamera, sono andate dai loro ex persecutori registrando le ammissioni di alcuni di loro.

Nel nuovo documentario viene raccontata la storia di padre Arkadiusz Hajdasz, della città di Pleszew, nella diocesi di Kalisz, accusato di aver abusato, venti anni fa, di diversi ragazzi nelle due parrocchie nelle quali ha svolto il suo ministero. Le presunte vittime hanno deciso di raccontare le loro storie ai due registi. Nel film viene denunciato anche il vescovo di Kalisz, monsignor Edward Janiak, che avrebbe insabbiato gli abusi. Il presule si è difeso spiegando di non avere nulla di cui doversi pentire, mentre per i due registi monsignor Janiak, almeno dal 2016, “era a conoscenza delle tendenze pedofile del sacerdote, perché era stato visitato dai genitori di una delle vittime”. E, inoltre, non avrebbe “notificato le molestie alla Congregazione per la dottrina della fede”.

Sempre secondo i fratelli Sekielski, il prete sarebbe stato trasferito di parrocchia in parrocchia proprio per nascondere quella che definiscono la sua “attività criminale”. Questo dimostrerebbe la complicità del vescovo e sarebbe la prova dell’insabbiamento della pedofilia di padre Hajdasz. Attualmente il sacerdote è stato sospeso a divinis, ma ora sarà il Vaticano a fare definitivamente luce sulla vicenda. Non solo ovviamente sul comportamento del sacerdote, ma anche di quello del suo vescovo. I due registi polacchi, infatti, nel loro documentario, ricordano che fu sempre monsignor Janiak a insabbiare il caso di padre di Pawel Kania, condannato nel 2015 a sette anni di reclusione per aver molestato dei chierichetti. Ma non è tutto. Il vescovo, infatti, avrebbe coperto anche il caso di padre Edward, condannato a un anno e mezzo di prigione per avere molestato due ragazzi nel 2002. Stando alle accuse, quest’ultimo sacerdote e monsignor Janiak sarebbero ottimi amici perché hanno studiato insieme in seminario e sono stati ordinati preti nello stesso giorno.

Per il primate della Polonia “il filmato dei fratelli Sekielski mostra che il livello di protezione richiesto per i bambini e gli adolescenti nella Chiesa non fu rispettato. Chiedo a sacerdoti, suore, genitori ed educatori di non farsi guidare dalla falsa logica della protezione della Chiesa celando chi ha davvero commesso abusi. Noi non vogliamo permettere che questi crimini vengano nascosti”. Monsignor Polak ha spiegato, inoltre, che ha chiesto al Vaticano di indagare secondo le nuove norme in materia di pedofilia stabilite da Francesco “in qualità di delegato dell’episcopato polacco per la protezione di bambini e adolescenti, a motivo di “un’omissione di una reazione giuridicamente vincolante”. Una vicenda che arriva a scalfire anche la figura di San Giovanni Paolo II. Per i fratelli Sekielski, infatti, Wojtyla ebbe un peso “nella copertura dei crimini commessi dai sacerdoti”, non solo nella sua patria. Per questo motivo, i due registi hanno annunciato di aver già cominciato a lavorare al loro terzo documentario che avrà come tema proprio il ruolo di San Giovanni Paolo II nella gestione dei “crimini sessuali commessi da chierici durante il suo pontificato”.

Un’accusa pesante, e non certo la prima, anche all’interno delle massime gerarchie della Chiesa cattolica, sulla gestione dei casi di pedofilia durante il regno di Karol Wojtyla. È noto quanto l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero vaticano che si occupa anche degli abusi sessuali su minori, fece per contrastare questa abominevole piaga che, soprattutto negli anni successivi al pontificato di San Giovanni Paolo II, rivelò la sua sconvolgente diffusione all’interno della Chiesa cattolica, in America come in Europa, con cifre impressionanti. Una lotta, quella di Ratzinger alla pedofilia, che si inasprì notevolmente quando divenne Papa e che oggi con la linea della tolleranza zero di Francesco, da molti mal digerita anche nella Curia romana, sta portando i suoi frutti. Segno eloquente che negli ultimi due pontificati si sta recuperando il tempo perso, anche per non minare ulteriormente la credibilità della Chiesa cattolica. Come, infatti, ha affermato Bergoglio: “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato con la massima serietà”.

Twitter: @FrancescoGrana

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