Le scarcerazioni per il Coronavirus dei due Casamonica messi ai domiciliari a Roma sono avvenute senza che la procura ne fosse informata. Era il periodo peggiore del lockdown in Italia, tra la seconda e la terza settimana di marzo, quando gli uffici giudiziari sono precipitati nel caos per l’assenza dei cancellieri e non si può escludere che il cortocircuito sia stato causato da un semplice disguido burocratico. Fatto sta che Guerrino Casamonica, 60 anni, imputato con l’aggravante del metodo mafioso, e Guido Casamonica, 71 anni, entrambi sotto processo di primo grado e sottoposti a custodia cautelare, sono tornati nelle loro ville bunker, peraltro situate nei quartieri roccaforte del clan, senza che i pm di Roma ne sapessero nulla. Nel loro ufficio, infatti, non sono mai arrivate le istanze di scarcerazione presentate dai difensori degli imputati. La notizia viene confermata al fattoquotidiano.it da fonti di piazzale Clodio.

Secondo la legge, dopo aver ricevuto le richieste di scarcerazione, il Tribunale le trasmette in procura per chiederne il parere. A disciplinarlo è l’articolo 299 del codice di procedura penale, secondo cui il giudice “prima di provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione delle misure coercitive e interdittive, di ufficio o su richiesta dell’imputato, deve sentire il pubblico ministero. Se nei due giorni successivi il pubblico ministero non esprime il proprio parere, il giudice procede”. Il parere dei pm non è vincolante per questo tipo di decisioni, e il giudice non deve per forza averlo ricevuto prima di decidere, ma il tribunale è obbligato a chiedere alla procura di esprimersi.

Ai pm Luciani e Musarò, però, non è arrivata alcuna istanza dai giudici che hanno scarcerato i Casamonica: la procura apprende delle scarcerazioni a cose fatte, quando ormai sono scaduti i termini per impugnare e tutto ciò, dicono le carte, mentre lo stesso tribunale che doveva trasmettere ai pm quegli atti dà ufficialmente per scontato che i pm siano stati informati e non si siano espressi. “Preso atto che ad oggi non è pervenuto il parere del pm”, scrive il collegio della VII sezione del Tribunale di Roma nell’ordinanza che lo scorso 13 marzo ha disposto la scarcerazione, per motivi di salute, di Guerrino Casamonica, secondo gli inquirenti uno dei capi del clan, che era recluso a Secondigliano. Pluricondannato, per gli investigatori “di spiccata capacità criminale”, il boss Guerrino era stato arrestato l’ultima volta meno di un anno fa per una delle tante vicende di racket in cui viene da anni ripetutamente coinvolto. La medesima sezione del tribunale di Roma scarcera quasi in contemporanea due mesi fa anche Guido, anche lui pregiudicato, già evaso più volte in passato alla sorveglianza speciale, che era detenuto a Bologna ed era stato arrestato di nuovo a giugno del 2019 per aver minacciato con una pistola alla testa e picchiato una vittima di estorsione.

Anche nell’atto che dispone la scarcerazione di quest’ultimo il tribunale “prende atto” che non è pervenuto da parte del pm il parere. La richiesta del parere, però, secondo la procura non è mai arrivata a piazzale Clodio. La domanda è: quella richiesta è stata o meno inviata dai giudici? Anche senza richiesta di istanza, la procura avrebbe potuto chiedere di essere riammessa nei termini, provando di non averla ricevuta. Cosa che non è successa. Nel frattempo, però, il caso scarcerazioni è esploso su scala nazionale e il guardasigilli Alfonso Bonafede è corso ai ripari, introducendo la possibilità per i pm di chiedere al giudice il “ripristino della custodia cautelare in carcere, se reputa che permangono le originarie esigenze cautelari” quando “acquisisce elementi in ordine al sopravvenuto mutamento delle condizioni che hanno giustificato la sostituzione della misura cautelare o alla disponibilità di strutture penitenziare o reparti di medicina protetta adeguate alle condizioni di salute dell’imputato”. La procura di Roma, dunque, può sfruttare il nuovo dl per riportare in carcere i due Casamonica.

Di certo c’è che al momento i due criminali sono ora in regime di custodia cautelare a casa, senza braccialetto elettronico, vivono attorniati di parenti e convivono con altri familiari affiliati al clan che hanno contatti con l’esterno. Entrambi gli imputati hanno presentato al tribunale una istanza “motivata in base a ragioni di salute e terapeutici” e tuttavia, nel caso di Guido, i giudici che lo hanno scarcerato non fanno riferimento ad alcuna patologia particolare, semplicemente sottolineano che l’imputato “è ultrasettantenne” e che “la circostanza impone una rivisitazione del quadro cautelare tenuto conto del grave stato di pandemia”. Per Guerrino, invece, reduce da un’ischemia, sono state ritenute dai giudici “obiettivamente difficili le cure in carcere” sempre “tenuto anche conto del grave stato di pandemia”. Per il boss malato viene però disposta la reclusione domiciliare presso la propria abitazione e non il trasferimento in una struttura sanitaria. La custodia in carcere che gli è stata revocata senza il parere del pm era stata disposta per impedirgli di inquinare le prove e di intimorire le vittime che dovevano testimoniare contro di lui, essendo il processo a suo carico in corso, come lo è tutt’ora.
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