Il 5 maggio 2000 a Firenze è morto Gino Bartali. A 20 anni esatti da quel giorno, ‘Ginettaccio’ rivive nella sua impresa più bella: il Tour de France del 1948, un racconto tra storia e pedali. Il presidente della Repubblica ha ricordato così il ciclista toscano: “Il nome di Gino Bartali, campione e leggenda del ciclismo italiano, è iscritto a grandi caratteri -sottolinea il Capo dello Stato- nella storia dello sport nazionale e rappresenta uno dei simboli dell’Italia del dopoguerra. La Repubblica lo ricorda, a vent’anni dalla scomparsa, come un atleta di straordinario valore, ma anche come un testimone di quello spirito di solidarietà, di sacrificio, di dedizione che ha rilanciato il Paese agli occhi del mondo. Le imprese di Bartali al Giro d’Italia, al Tour de France, nelle grandi classiche internazionali, hanno suscitato entusiasmo tra gli italiani e rafforzato le loro speranze anche in momenti molto difficili”.

Sono passati tre anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. La Costituzione italiana è entrata in vigore dal 1 gennaio. Eppure l’Italia è ancora un paese spaccato, sia sul piano politico che sociale. Partigiani contro repubblichini, ma anche Democrazia Cristiana contro il Fronte Democratico Popolare, l’organo politico costituito da socialisti e comunisti. Il 18 marzo si sono tenute le prime elezioni della storia repubblicana. La DC ottiene il 48,5% dei voti. Il Fronte Democratico Popolare arriva solo al 31%. Alcide De Gasperi viene nominato primo ministro.

È in questo contesto che parte il Tour de France 1948. Diretta da Alfredo Binda, la delegazione italiana si presenta senza Fiorenzo Magni e Fausto Coppi. C’è solo Gino Bartali, che però ha trentaquattro anni e l’ultimo trionfo in Francia l’ha ottenuto dieci anni prima. In pochi lo considerano in grado di competere per la vittoria. Nessuno alla sua età a mai vinto la Grande Boucle. Inoltre, per gli italiani non è semplice presentarsi in Francia. La guerra ha lasciato un solco profondo nell’animo dei francesi. I corridori italiani sono spesso oggetto di insulti, compreso Bartali.

La corsa scatta il 30 giugno con una sorpresa. A Trouville Bartali si impone allo sprint sul belga Schotte e sul francese Teisseire. La prima maglia gialla è sua. La gioia però dura poco. Il giorno successivo la leadership passa al belga Jan Engels. Nelle tappe che seguono emerge il beniamino di casa Louison Bobet, da molti indicato come il favorito numero uno di quella edizione. Al termine della sesta tappa, conclusa a Biarritz, il bretone conquista la maglia gialla. Bartali, dal canto suo, trionfa sia a Lourdes che a Tolosa, ma Bobet si difende nettamente meglio sui Pirenei e accumula minuti. Al giro di boa del Tour, il suo vantaggio su Bartali è di ventuno minuti. Ormai sembra tutto finito. Alcuni giornalisti italiani al seguito della corsa rientrano in Italia. Poi arriva il 14 luglio.

La corsa sta rispettando il terzo giorno di riposo in calendario. A Roma Antonio Pallante, un giovane siciliano di estrema destra, spara a Palmiro Togliatti in Piazza Montecitorio. Sono le 11.30. In diverse zone d’Italia scoppiano tumulti e rivolte, saltano le comunicazioni radio, la CGIL proclama lo sciopero generale. L’Italia è sull’orlo della guerra civile. Il ministro dell’Interno Scelba ordina di reprimere le manifestazioni non autorizzate. Dal suo letto d’ospedale il capo del PCI – appena ripresosi dall’intervento chirurgico che gli ha salvato la vita – invita a mantenere la calma, rifiutandosi di cavalcare l’onda della protesta. La sera del 14 luglio De Gasperi telefona a Bartali: “È importante che tu vinca”. Il giorno dopo in Francia iniziano le Alpi.

La carovana si muove da Cannes verso Briançon, ad un passo dal confine con l’Italia. Duecentosettantaquattro chilometri e un percorso quasi tutto in salita. Il Col d’Izoard è un’ascesa di 16 km al 6,9%, che scollina a 2361 metri. Arriva dopo le salite dell’Allos e del Vars, quando le gambe cominciano a farsi pesanti. Sui duri tornanti del Col d’Izoard Bartali stacca tutti e se ne va in solitaria. Nessuno riesce a tenere il suo ritmo. Alberic Schotte, secondo di giornata, arriva oltre sei minuti dopo. Fermo Camellini addirittura dopo nove. Bobet è invece andato in crisi. Arriva con diciannove minuti di ritardo. Il suo vantaggio su Bartali adesso è poco più di un minuto. È solo l’inizio. Il 16 luglio è in programma un’altra tappa di montagna: 263 km da Briançon ad Aix-les-Bains. In mezzo ci sono il Galibier, la Croix de Fer, il Grand Coucheron ed il Granier. È il giorno della conquista della maglia gialla. Bartali arriva al traguardo con sei minuti di vantaggio su Stan Ocker. Ma la voglia di vincere e di smentire chi lo aveva dato per finito non si esaurisce. A Losanna infila la terza tappa consecutiva. Prima della fine c’è spazio per un’ultima vittoria a Liegi, la settima.

Il 25 luglio Bartali sfila sui Campi Elisi di Parigi. Ha ventisei minuti su Alberic Schotte e ventotto sul francese Guy Laperbie. Bobet, il beniamino dei francesi, è solo quarto. Il suo ritardo supera la mezz’ora. Per Bartali c’è anche la vittoria nella classifica speciale dei gran premi della montagna. È la sua impresa più grande. Nello stesso momento, In Italia, la situazione sta tornando lentamente alla normalità. E qui la storia si intreccia con la leggenda. Oltre che dalla presa di posizione di Togliatti, la guerra civile in Italia è stata scongiurata dalla vittoria di Bartali? Probabilmente no. Di certezze storiche non ce ne sono. Anche se viene voglia di chiedersi perché rovinare una bella storia con la verità. “Tra i francesi che si incazzano”, canta nel 1979 Paolo Conte ispirandosi a quell’impresa al Tour de France. Questa sì invece che è una certezza.

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