Dall’inizio dell’emergenza coronavirus a oggi sono scese in campo oltre 50mila persone. Vengono da esperienze di vita diverse, c’è chi lavora in fabbrica, chi in ufficio, chi ancora studia, ma anche chi un lavoro non ce l’ha. È l’enorme famiglia del volontariato in ambulanza. Soccorritori e soccorritrici che rappresentano “la vera trincea” del Covid-19 e che, fin dalle prime battute dell’epidemia, hanno prestato aiuto. Tre le associazioni principali, che già nel quotidiano operano in continuità con il Sistema sanitario nazionale, e che si sono subito attivate allestendo sale operative speciali coordinandosi con la protezione civile, Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze), Croce Rossa Italiana e Misericordie. Anche per loro la prima battaglia da affrontare è stata quella per reperire i dispositivi individuali di protezione, tanto da dover arrivare a “rimodularne” l’utilizzo. Ogni “spreco” è fatale, così, spiega a Ilfattoquotidiano.it, Michele Bonizzi, dipendente dell’Area salute della Cri, “le mascherine Ffp3, le più protettive, si usano solo per un paziente Covid quasi certo, o se in un intervento di 118 si agisce sulle vie aeree del paziente”, altrimenti si usano le Ffp2, o le chirurgiche, con un rischio ovviamente maggiore per l’operatore. “Neanche reperire i materiali ordinari per l’ambulanza è semplice”, sottolinea il virologo e presidente di Anpas Fabrizio Pregliasco, che ricorda l’impegno anche dei piccoli comitati, spesso costretti a lanciare da soli raccolte fondi locali per sopperire alla mancanza del sistema. Nessun corso, comunque, prepara a un’emergenza simile. Per questo tutte e tre le associazioni hanno attivato un team di psicologi, alcuni specializzati in “psicologia in emergenza”, proprio per supportare i volontari, molti dei quali sono oggi in isolamento dopo essere entrati in contatto con persone positive al Covid.

Mascherine, camici e guanti: la battaglia quotidiana

Assenti, non adatti, difficili da reperire. Fin dall’inizio dell’emergenza il tema dei dispositivi di protezione individuale è stato centrale, non solo per gli operatori sanitari che lottano in prima linea dentro gli ospedali, ma anche per chi sale in ambulanza o per chi presta soccorso alle fasce più deboli della popolazione. “La situazione non è semplice – spiega al Fatto.it Gianluca Staderini, presidente della Confederazione nazionale delle Misericordie – Da quando è iniziata l’emergenza a oggi, il virus si è conosciuto meglio, e anche le indicazioni di utilizzo dei dispositivi sono cambiate, a volte semplificate”. Oggi, infatti, la vestizione completa, quella cioè con guanti, mascherine FFP3, camice, maschera e calzari, in emergenza si utilizza solo per i pazienti di fatto positivi al Covid, oppure dichiarati sospetti dalla centrale operativa. “Ovviamente senza dispositivi un’ambulanza non gira – spiega Bonizzi – Ma si utilizzano in maniera più oculata. Se prima ‘in tempo di pace’ adottavi comportamenti che ti facevano sentire ipersicuro, ora l’approccio al soccorso è diverso”. Tanti, comunque i volontari che, anche a causa di trasporti considerati non a rischio, hanno dovuto affrontare la quarantena, in sorveglianza attiva, perché sono entrati in contatto con pazienti poi risultati positivi. “Ci sono grandissime difficoltà di approvvigionamento – dice ancora la Croce Rossa – Il segretario generale ha cominciato a comprare dispositivi già dal 23 gennaio e a tutt’oggi neanche quell’ordine è stato evaso. Si passa da fornitori che millantano prodotti che non ci sono a fornitori esterni che poi si bloccano”. Il problema, comunque, concordano le tre associazioni, non è del sistema italiano, ma legato a una pandemia alla quale “nessuno era preparato“. “Reperirli al livello locale – dice Pregliasco – è ancora più difficile”. Tanti comitati locali, sia di Croce Rossa che di Anpas che delle Misericordie, si sono organizzati come potevano, lanciando campagne fondi oppure appellandosi al cuore dei cittadini. Ogni piccolo gesto, in questo momento, diventa grande. Come è successo in un piccolo comitato Cri della Regione Marche, dove l’arrivo di una donazione di 120 mascherine Ffp3 da parte di una ditta ha fatto rimanere senza parole il direttivo. Tante poi le piccole realtà che si sono organizzate come potevano, andando a reperire materiali nelle ferramenta, oppure cercando modi per riutilizzare le stesse mascherine più volte.

La “botta emotiva” e il supporto psicologico

Uno tsunami, non solo operativo, ma anche emotivo. Così definiscono il coronavirus le tre principali associazioni di volontariato. Affrontarlo non è facile. “La prima ‘botta emotiva’ la prendono proprio i volontari”, sottolinea Michele Bonizzi della Croce Rossa. Loro, infatti, per primi entrano a contatto con i pazienti Covid o con i sospetti. Sempre loro entrano nelle case degli anziani o degli immunodepressi per portare i farmaci o la spesa. E sempre loro rispondono alle chiamate di chi è in difficoltà o di chi, magari, nella voce di un operatore cerca semplicemente un supporto per questi giorni di isolamento obbligato. Ma, se loro aiutano gli altri, chi aiuta i volontari? Il compito, non sempre semplice, spetta a un team di psicologi, preparati anche per gestire l’emergenza. Tutte e tre le associazioni, forti dell’esperienza di passate maxi-emergenze, come il terremoto, hanno subito attivato un numero a uso esclusivo del volontario, in primis per quelli costretti all’isolamento perché entrati in contatto con un contagiato. In tutta Italia, ad esempio, sono quasi 8000 gli operatori di Croce Rossa entrati in contatto con pazienti Covid, e di questi oltre 900 sono in “sorveglianza attiva”, nonostante l’utilizzo dei dispositivi. “Ogni giorno gli operatori della Lombardia chiamano ogni singolo volontario in isolamento per sapere come sta – racconta ancora Bonizzi – In 17 regioni, poi, abbiamo attivato il Sep, soccorso psicologico in emergenza, e solo in Lombardia abbiamo un team di 43 persone tra psicologi e operatori psicosociali”. Situazione simile nelle Misericordie, dove, spiega il presidente, “fin dall’inizio è stata fatta una videoconferenza collettiva, molto toccante, con tutti quelli in isolamento e poi è stato attivato un numero dedicato per tutti i volontari”. Anche l’Anpas ha subito messo in campo un pool di psicologi. “Sono attivi in tutte le regioni, ma soprattutto nelle zone calde – sottolinea Pregliasco – perché il volontario è stato chiamato ad affrontare un’emergenza che non rientra nell’ordinario”.

L’attività h24 e la risposta immediata

Dalla prima attivazione, quella cioè per misurare la temperatura agli aeroporti, ad oggi, sono oltre 50mila i volontari che hanno scelto di dare una mano. “Una risposta e un impegno incredibili, seppur con tutti i timori del caso”, sottolinea Staderini delle Misericordie. “Da noi sono stati attivati circa 32mila operatori – dice Bonizzi della Cri – A cui dobbiamo aggiungere gli oltre 6000 ‘volontari temporanei’ quelli cioè che hanno risposto a un appello per entrare a far parte dell’associazione solo per questo periodo, facendo la propria parte nelle attività più semplici, come la consegna dei viveri o dei farmaci”. Oltre 4000, invece, quelli attivati dalla Confederazione nazionale delle Misericordie, la maggior parte dei quali nelle zone di maggior rischio, come la Lombardia. Sono circa 400, invece, i volontari Anpas che ogni giorno scendono in campo, per un totale di quasi 10mila da inizio epidemia. A tutti questi, poi, vanno aggiunti tutti i volontari quotidiani, quelli cioè che già in “periodo di pace” prestavano servizio nei vari comitati e che stanno continuando a svolgere attività ordinaria, come il servizio dialisi. “Noi abbiamo ridotto tutte le attività ordinarie lasciandole in minima parte, come la consegna dei viveri o l’assistenza ai senzatetto, mentre abbiamo potenziato il servizio ‘Cri per le persone’. Dall’inizio dell’emergenza le chiamate al numero verde sono aumentate del 1400%“, sottolinea Bonizzi, ricordando la difficoltà nell’allestire una sala operativa, che oggi conta 38 persone, per rispondere a tutti i cittadini. “Le attività sono diverse anche a seconda del territorio – spiega Pregliasco – E molte, come i trasporti di lunga percorrenza, vengono coordinate con la Protezione civile. Ma è una risposta che il volontariato dava anche prima della pandemia“. Anche per chi coordina l’emergenza non tutti i momenti sono semplici, e la paura c’è. “Il più triste della giornata è quando arrivano i dati della Protezione civile – racconta ancora Bonizzi – Oppure quando abbiamo ricevuto la notizia del nostro volontario deceduto. Però anche se siamo stanchi e stressati, siamo sempre fiduciosi che ne usciremo. La forza sta nello spirito associativo”. La stessa forza la ricorda anche Pregliasco, che conclude: “C’è sempre stata una ‘lotta’ tra i colori della divisa diversi, ma di fronte a questo nessun colore conta più”.

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