La notizia cattiva è che le aziende produttrici hanno esaurito le scorte di attrezzature per la terapia intensiva. La notizia buona è che stanno spingendo al massimo per soddisfare le richieste esplose – non solo in Italia – per l’emergenza Covid-19. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Lorenzo Leogrande, presidente dell’Associazione italiana ingegneri clinici, gli specialisti che in ogni ospedale si occupano della selezione, dell’acquisto e dell’installazione delle apparecchiature elettromedicali. Anche loro travolti da una crisi che sta cambiando il volto degli ospedali italiani, compreso il Policlinico Gemelli di Roma, il più grande della capitale e noto per aver curato doversi papi, dove Leogrande è responsabile per la valutazione delle tecnologie.

“Se in questo momento un ospedale avesse bisogno di quindici ventilatori per la respirazione di pazienti intubati, sul mercato non li troverebbe”, spiega l’ingegnere. Le speranze si concentrano dunque sul mega appalto da 113 milioni di euro di Consip, la centrale unica degli acquisti della pubblica amministrazione, aggiudicato il 9 marzo. L’appalto contempla principalmente l’acquisto di 1.800 ventilatori polmonari per terapia intensiva (per 38 milioni di euro) e 3200 per la terapia subintensiva (17 milioni 630 mila euro). Questi ultimi servono per i pazienti che non hanno bisogno di essere intubati e monitorati come i più gravi, ma devono comunque essere assistiti nella respirazione.

Il punto è che solo 329 ventilatori erano previsti, per così dire, in pronta consegna entro una settimana dal bando. Per gli altri si va da una fascia di 8-15 giorni, ormai in scadenza, a una, ancora più ampia, tra 16 e 45 giorni. “E’ il motivo per cui le consegne a oggi sono limitate, e solo nelle strutture dove c’è maggiore urgenza”, spiega Leogrande. “Il grosso arriverà nell’ultima fascia di tempo, ma capisce che tra 15 e 45 giorni c’è una bella differenza”. L’appalto Consip prevede tutte le altre apparecchiature necessarie alle terapie intensive e subintensive: monitor per i paramentri vitali, pompe infusionali per farmaci e nutrizione, accessori vari, e anche qui sarà cruciale l’andamento dei tempi di consegna. “Alla fine un nuovo letto di terapia intensiva costa circa 50mila euro, un semplice ventilatore a turbina insieme a un sistema di monitoraggio di fascia medio-bassa molto meno, e permette di utilizzare letti e attrezzature già presenti”.

Come tanti suoi colleghi, Leogrande è alle prese con la trasformazione degli ospedali “ordinari” in strutture per l’emergenza Covid-19, con interi reparti che cambiano destinazione d’uso e devono essere attrezzati per curare pazienti non solo in gravi condizioni, ma anche infettivi. Al Nord, dove il sistema sanitario è da tempo al limite, ma anche al centrosud, per essere pronti a fronteggiare possibili picchi di ricoveri. “Una volta arrivato il materiale, il tempo che serve a montare un letto di terapia intensiva non è molto, ma le criticità sono altre, a cominciare dalle necessità di impianti adeguati dal punto di vista dell’elettricità, dei gas medicali, dell’ossigeno… Insomma, non è che puoi utilizzare un posto letto ordinario. Senza contare che un reparto per gli infettivi deve essere a ‘pressione negativa’, vale a dire con un sistema di areazione che impedisca la fuoriuscita di aria a rischio infezione”.

Ovunque si fa l’inventario di quello che c’è già a disposizione, per esempio apparecchiature delle sale operatorie che stanno lì pronte a essere utilizzate in caso un macchinario vada in tilt nel bel mezzo di un intervento. Il resto va cercato, appunto, su un mercato ormai al limite delle sue capacità. L’unico produttore italiano di ventilatori da terapia intensiva è la Siare di Bologna, chiarisce l’ingegnere, che si è già impegnata a produrre 500 macchine al mese, quindi è necessario rivolgersi ad aziende straniere, principalmente in Stati Uniti, Germania, Giappone e Cina. “Finché il problema coronavirus era solo cinese e italiano, le forniture non mostravano grandi criticità. Man mano che altri Paesi sono entrati in emergenza, la domanda globale si è più che quintuplicata. Basti pensare che in Italia si vendono in media 500 ventilatori l’anno, oggi siamo a otto-nove volte tanto. Tutti hanno raddoppiato la produzione, ma non basta”.

Il mercato non fa miracoli, quindi bisogna pensare a modelli alternativi. Come presidente degli ingegneri clinici italiani, Leogrande chiede alle autorità sanitarie una maggiore presenza di ingegneri clinici a livello centrale, perché contribuiscano alla gestione ottimale delle tecnologie. E soprattutto, a partire dalle Regioni, “un po’ più di trasparenza sulle effettive disponibilità delle tecnologie in strutture ora non impegnate nell’emergenza, perché possano essere utilizzare dove servono. Per esempio pompe infusionali, apparecchi di monitoraggio. In questo momento non vedo alternative. Tutte le altre azioni sono sacrosante, ma temo non sufficienti”.

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