Era attesa la testimonianza di Ilda Boccassini e oggi in videconferenza da Milano, l’ex procuratore aggiunto di Milano in pensione da due mesi, ha risposto alle domande davanti ai giudici di Caltanissetta nel processo contro tre poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, testimoniando soprattutto sulla gestione del falso pentito Scarantino. Una testimonianza in cui emerge che, a un certo punto, il magistrato venne tenuto fuori dalla “dinamica investigativa” ovvero dopo “le elezioni del 1994”, con l’affermazione di Forza Italia e Silvio Berlusconi, quando “l’atteggiamento” nei suoi confronti “cambiò”. Prima di queste dichiarazioni Boccassini ha parlato delle indagini sulla strage di Capaci e della figura del consulente Gioacchino Genchi.

“Il sopralluogo a Capaci era stato fatto male” – “Quando arrivai la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia” . Il magistrato, andata da poco in pensione, è inquadrata di spalle. Risponendo alle domande del Procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci, sta ripercorrendo il periodo in cui era stata applicata alla Procura nissena dopo le stragi. “Arrivai nell’ottobre del ’92 e rimasi fino al 1994”. Così ricorda che fu rifatto il sopralluogo a Capaci “coinvolgemmo tutte le forze dell’ordine, dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, alla Polizia fino all’Fbi e tutte le forze possibili. Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo – dice – ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all’indagine sulle stragi ma con competenza specifica”.

“Collaborazione con servizi segreti? Non mi sembra una cosa terribile” – Rispondendo a una domanda la teste ha spiegato che seppe “della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la Procura di Caltanissetta solo da giornali. Io vidi Contrada per la prima volta durante un interrogatorio a Forte Braschi. Da da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi – dice – che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so”.

“Scarantino? Si doveva capire subito che era inattendibile” – Boccassini ha poi affrontato il tema Scarantino, il falso pentito che aveva iniziato ad accusare alcune persone per la strage in cui erano morti Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quelle accuse si erano poi rivelate false, ma nel frattempo sette persone hanno scontato fino a 18 anni di carcere da innocenti. E già allora Ilda Boccassini aveva intuito che le parole di Scarantino erano false. Secondo i giudici del processo Borsellino quater le indagini che seguirono a quelle dichiarazioni furono “il più grande depistaggio della storia d’Italia“. “Quando io sono arrivata alla Procura di Caltanissetta, anche parlando con i colleghi che già c’erano e con il capo dell’ufficio e lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c’erano. I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall’inizio, io avevo delle perplessità. Forse all’inizio avevo meno perplessità – dice Boccassini – perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, ma anche degli altri nessuno gridava ‘ma che bella questa cosa’. Tutti erano con i piedi di piombo su questa cosa. era l’inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l’indagine portava a qualcosa di più sostanzioso. La prova regina della non credibilità di Vincenzo Scarantino proviene dalla sua collaborazione, da quel momento era una persona che non solo stava facendo un danno ma il danno poteva essere devastante”.

“Fui mandata in ferie e quando tornai lessi che diceva sciocchezze” – “Si doveva capire subito che era inattendibile”. Alla domanda su chi fossero i magistrati che “davano credito” all’ex picciotto della Guadagna di Palermo Boccassini replica: “I pm Annamaria Palma e Carmelo Petralia”, cioè i due magistrati che oggi sono indagati dalla Procura di Messina per calunnia aggravata in concorso con l’accusa di avere indotto Scarantino a fare delle dichiarazioni. Poi il magistrato, che fu applicata a Caltanissetta dal 1992 al 1994, ricorda che nell’agosto 1994, poco prima che lasciasse Caltanissetta, aveva chiesto al Procuratore Giovanni Tinebra di potere partecipare agli interrogatori di Scarantino e rinviare le ferie, ma il Procuratore la mandò in vacanza. “Dopo il mio ritorno venni tenuta fiori dai giochi. Non ero più la protagonista della dinamica investigativa. Quando tornai dalle ferie di agosto del 1994 ed ebbi modo di vedere il contenuto degli interrogatori di Vincenzo Scarantino, lessi che diceva sciocchezze e che bisogna fare in modo di fermarlo per evitare che dicesse altre sciocchezze“. E poi: Io ero disponibile persino a un trasferimento d’ufficio da Milano alla Procura di Caltanissetta, ero disposta a restare anche per la tutela delle indagini. Ma l’allora Procuratore Tinebra disse ‘assolutamente no’, cioè non mi volevano…Sì, sono stata così imbecille da essere disposta a trasferirmi a Caltanissetta”.

“Relazione che scrissi con Roberto Sajeva era sparita” – “La relazione che io e il collega Roberto Saieva facemmo sulla non credibilità di Vincenzo Scarantino era sparita da Caltanissetta ma io ne avevo diverse copie – prosegue – Fino alla fine dissi ai colleghi che bisognava cambiare metodo che Scarantino andava preso con le molle. Vedendo che c’era questa voglia che io andassi via da Caltanissetta scrissi la seconda relazione. Soltanto con il pentimento di Spatuzza nel 2008, ricevetti una telefonata dall’allora procuratore della Repubblica di Caltanissetta che mi chiese se era vero che io avevo scritto delle relazioni con Roberto SaJeva. Erano sparite. Io e Sajeva, dopo averne parlato con Giancarlo Caselli, mandammo le relazioni direttamente a Palermo”. “Sono qui per la quarta volta – sottolinea l’ex pm – a ripetere sempre le stesse cose sentendomi quasi in colpa per aver scritto quelle relazioni che avrebbero potuto dare una scossa diversa a quei processi”. “Se non avessi fatto queste relazioni – continua – oggi avrei avuto le colpe di questo mondo. Ma con queste relazioni è più complesso…”.

“Tinebra si chiudeva in una stanza prima degli interrogatori” – Prima degli interrogatori il Procuratore Tinebra si chiudeva in una stanza, solo, con Vincenzo Scarantino. Non so il tempo preciso ma per un bel pò. Poi Tinebra apriva le porte e si entrava a fare l’interrogatorio”. Lo ha rivelato, deponendo al processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio, Ilda Boccassini, l’ex Procuratore aggiunto di Milano. Il periodo era quello dell’inizio estate 1994, quando Scarantino decise di collaborare con la giustizia. Anche se poi le sue dichiarazioni si rivelarono false.

“Non mi volevano, signor pubblico ministero. ero servita a far fare carriera a tutti, ma io non ero andata per questo scopo. Non vedevano l’ora che io abbandonassi Caltanissetta – dice ancora il magistrato andato in pensione a dicembre – Se avessero seguito le mie indicazioni, sia i pm che gli avvocati avrebbero avuto il tempo, la professionalità per capire che Scarantino non era credibile“. Il magistrato ha parlato del suo arrivo in Sicilia: “Ricordo con affetto, quando arrivai alla Procura di Caltanissetta, una frase dell’allora Procuratore capo Giovanni Tinebra, che io non conoscevo, e mi disse: ‘Cocca mia, qua ci sono le carte. arrangiati, vedi cosa devi fare’. Questo fu il primo impatto. Nel primo periodo studiavo solo le carte. Una massa di carte. Con il collega Fausto Cardella – dice – anche lui applicato, che si occupava con altri colleghi della strage di via D’amelio ci fu un confronto, anche perché nacque quasi subito un rapporto di amicizia. Gli altri collegi che si occupavano delle stragi che erano volontari, si occuparono in quel momento della indagine ‘Leopardo’ a seguito delle dichiarazioni di Leonardo Messina. Non conoscevo Tinebra e mi stupii molto quando mi arrivò la richiesta per essere applicata a Caltanissetta”.

Boccassini: “Genchi pericoloso per le istituzioni”, la replica: “Prima vera responsabile del dei depistaggi” – Il magistrato parla anche di Gioacchino Genchi, ex poliziotto ed ex consulente informatico della Procura di Caltanissetta. “Questa persona non mi piaceva, diffidavo di lui e mi sembrava che non fosse una presenza necessaria e importante per le indagini. Se lui ha litigato con La Barbera non lo so e non mi interessa. Feci capire a Tinebra che se ne poteva fare a meno. Era una persona pericolosa per le istituzioni, aveva conservato un archivio con i tabulati raccolti. E poi vedeva complotti e depistaggi ovunque. Ne parlai anche a La Barbera – ha aggiunto – che era d’accordo sul fatto che non si poteva pendere dalle labbra di uno come Genchi. Il suo apporto alle indagini fu nullo. Era un tecnico, non un investigatore, quindi non poteva apportare nulla a un’indagine così seria”. All’Adnkronos Genchi replica: “È stata lei la prima responsabile del depistaggio. Ilda Boccassini a distanza di quasi un trentennio da quegli eventi non si rende ancora conto di essere stata – probabilmente senza volerlo, perché indotta da altri sentimenti – la prima vera responsabile dei depistaggi delle indagini sulle stragi che grazie a lei Arnaldo La Barbera ed altri, sopra e sotto di lui, hanno potuto compiere. La sua repentina fuga da Caltanissetta dopo avere contribuito ad accreditare il falso pentito Scarantino, il suo infausto passaggio da Palermo e il ritorno a Milano, da dove era andata via per le note vicende a tutti note, ne sono una conferma. Ilda Boccassini, all’epoca in cui era pubblico ministero a Caltanissetta, dopo avermi richiesto ed autorizzato ad analizzare i computer e i dispositivi informatici di Giovanni Falcone, oltre che ad acquisire i tabulati delle sue utenze cellulari, non mi ha consentito di verificare dalle sue carte di credito l’effettiva trasferta in America alla fine di aprile del 1992, che Falcone aveva scrupolosamente annotato nel suo data bank Casio, che delle manine di Stato su cui la Boccassini non volle mai indagare avevano provveduto a cancellare”.

Botta e risposta tra pm e la testimone – Botta e risposta tra pm e Ilda Boccassini al processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio. Ad innescare la polemica sono le parole di Ilda Boccassini che, rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici, che le chiede perché “in questi anni non aveva mai detto degli incontri tra il Procuratore Tinebra e Vincenzo Scarantino prima degli interrogatori”, ha controreplicato: “Sono 30 anni che mi chiedo perché su questi fatti Tinebra non è mai stato sentito da Caltanissetta”. A questo punto il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha detto: “Evitiamo di trasformare questo processo in una sorta di mercato. Tinebra fu sentito nel Borsellino quater e quindi evitiamo di fare commenti”. A quel punto è intervenuto il presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo che ha chiesto a “tutti di abbassare i toni”. Momenti di forte tensione si sono registrati anche quando Boccassini ha detto: “Non fa onore a chi indossa la toga avere raccolto certe dichiarazioni, come quando Scarantino disse di essere stato minacciato da me e da La Barbera. Questa era una calunnia bella e buona ma non sono stata tutelata”. Immediata la replica del pm che attacca: “Presidente la invito a far presente alla teste che si deve limitare a rispondere alle domande. Non siamo qui per prendere lezioni da nessuno. Visto che si parla di decoro delle toghe, cosa si doveva fare in quel caso, non verbalizzare quello che diceva Scarantino?”. L’ex aggiunto di Milano ha anche raccontato che tra il 1992 e il 1994 “diversi collaboratori di giustizia parlarono di moltissimi magistrati siciliani, tantissimi, oppure ne volevano parlare, ma non era mai il momento buono”. E ha fatto il nome di Pietro Giammanco, ex procuratore capo di Palermo. “E’ stato poi iscritto nel registro degli indagati dopo le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori – dice – era uno dei tanti magistrati indagati a Caltanissetta”.

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