Il centrosinistra impegnato nella (probabilmente) impossibile impresa di tagliare la strada alla terza rielezione di Luca Zaia a governatore del Veneto, si affida al professore esperto di energia e fonti rinnovabili. Sarà Arturo Lorenzoni ad affrontare la sfida regionale di maggio. È il vicesindaco di Padova che nel 2017 – con l’innovativa Coalizione Civica – aveva sparigliato le carte riuscendo quasi a doppiare i voti del Pd, ma aveva anche consentito a Sergio Giordani di battere il leghista Massimo Bitonci, sindaco leghista uscente. Fu un voto in controtendenza rispetto al panorama nazionale, reso possibile proprio grazie alla coloritura civica di una candidatura che era riuscita ad ottenere al primo turno il 22,83 per cento dei consensi. Un altro volto della sinistra, ma non solo.

Il Partito Democratico veneto ha così dovuto confrontarsi nuovamente con i fantasmi di due anni e mezzo fa e con la voglia interna di contrapporre a Zaia un candidato di partito. Quanto il parto sia stato problematico lo dicono i numeri. Soltanto 24 i voti nella direzione regionale a favore di Lorenzoni. Cinque i contrari, 12 gli astenuti. I dem si sono spaccati, allineandosi senza troppa convinzione alle indicazioni della segreteria di Nicola Zingaretti che in Veneto, dove la partita sembra persa in partenza, ha voluto aprire alle liste civiche, alle sardine, alla società civile, sperando che almeno non sia una disfatta totale. Una buona parte del Pd avrebbe voluto le primarie, per un confronto fra tre consiglieri regionali uscenti, in testa il capogruppo vicentino Stefano Fracasso, poi il trevigiano Andrea Zanoni e la veronese Anna Maria Bigon. A sponsorizzare Lorenzoni, invece, c’erano i sottosegretari Achille Variati, ex sindaco di Vicenza, e Andrea Martella. Alla fine il segretario regionale Alessandro Bisato ha preso atto che dall’assemblea emergeva come dominante la proposta di un candidato non targato Pd. E ha messo ai voti la verifica su Lorenzoni.

E così, per contrapporsi allo strapotere prima di Forza Italia, poi della Lega, il Pd si affida a un personaggio esterno. Lo aveva fatto nel 2005 con l’imprenditore Massimo Carraro, sconfitto da Giancarlo Galan. Si era ripetuto nel 2010 con il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, battuto da Zaia. Questa volta si aggrappa a un professore che, almeno a Padova, ha dimostrato capacità di aggregazione di ampi settori della società civile. Forse una scelta disperata, ma ben mascherata dalle parole. Martella: “È una svolta concreta, verso una nuova dimensione di partito aperto”. Di diverso parere Stefano Fracasso, evidentemente scornato: “Quando manca il coraggio, vince la paura”.

E l’interessato, che nel frattempo da Vicenza aveva già lanciato la campagna de “Il Veneto che vogliamo”? “Tre mesi fa sembrava impossibile. Ma di cose impossibili ne abbiamo affrontate molte in questi anni. Oggi voglio ringraziare il Pd, che con generosità si è aperto ad una proposta nuova, alternativa e forte, la rete delle civiche e chi ha lavorato per arrivare fino a qui”. L’obiettivo? “Costruire un percorso che sappia segnare un vero cambio di passo in Veneto. Speriamo che i prossimi siano mesi belli, divertenti, con momenti di crescita collettiva e condivisione, che ci portino a disegnare il Veneto che vogliamo e, perché no, a vincere. Lavoreremo a un progetto comune, che sia sentito proprio da tutti”. Riuscirà a coinvolgere tutta l’area del centrosinistra? Subito ha aperto a renziani, calendiani e socialisti. Ma punta soprattutto a quelli che non si riconoscono nelle etichette. I Cinquestelle finora non hanno abboccato, mentre a Padova le minoranze in consiglio comunale ne chiedono già le dimissioni da vicesindaco.

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