L’utero è mio e lo gestisco io è un’affermazione un po’ forte. Diciamo che è più lui a gestire me”. Di Alice Diacono, scrittrice, e del suo primo libro “Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento” (Battaglia edizioni), prendiamo in prestito una frase. Perché da sola, mentre se ne sta a galleggiare in una pagina nera con lo schizzo di Agnese Ugolini, basta per raccontare l’intera storia. Si direbbe quasi un manifesto: di lotte fatte per esistere o, meglio ancora, per sopravvivere. Di una generazione, i trentenni oggi, mal raccontata o mai raccontata. O peggio: raccontata da chi l’ha cresciuta e ora nega responsabilità sul dove l’ha portata. Diacono fa una cosa spiazzante: dice la verità. Usa poesie, riflessioni, post Facebook o fogli di appunti scritti in pausa pranzo al lavoro per fare la cronaca dei nostri giorni. Toglie i fronzoli, tiene le contraddizioni. Pulisce la poesia da tutto quel grado di irrealtà che ce la fa sentire sempre così inavvicinabile e ci regala un racconto del quotidiano. “Mi chiamo Alice Diacono, sono nata nel 1987”, si presenta. “Quando sono nata io, era tutto finito”. “Sono arriva giusto in tempo, per la caduta del muro di Berlino, l’ascesa dell’impero Fininvest, la fine della Prima Repubblica, Mani Pulite e Chernobyl. Che culo”. Dentro c’è tutto, ci siamo tutti (o almeno in tanti): ci sono i 20 anni, i 30, i sogni in eredità e la condanna di lavori che non sono mai abbastanza. C’è l’essere donna al tempo della riscoperta dei femminismi, il precariato della generazione senza articolo 18 e la politica mentre sinistre e destre vengono travolte dalle piazze. “Siamo nel periodo di passaggio in cui è meglio essere sfruttati che non essere sfruttati per niente. Il lavoro non c’è già più, ma abbiamo ancora bisogno di lavorare. Che culo”. E, non da ultimo, c’è il tentativo di “cavarsela nel nostro angolo di Antropocene” tra sensi di colpa e profezie di estinzione “di un pianeta che va a pezzi”. I luoghi che fanno da cornice sono tanti, anche se poi si torna sempre e solo a uno: la mamma Bologna, la città delle torri e dell’università. Quella che ti culla tra portici e colli, ma che quando deve darti da mangiare, proprio lei, schiacciata tra Airbnb, ristoranti e centri commerciali dove si fa l’aperitivo, non ce la fa.

Bifo, quel Franco Bifo Berardi, firma l’introduzione del libro e ad Alice Diacono dedica una frase che suona da benedizione: “A me viene quasi da piangere come soltanto capita leggendo i poeti veri”. Dice: “Solo la poesia” riesce ad accarezzare le ferite e quella di Diacono è “poesia in forma di prosa” e anche “prosa in forma di poesia”: “E questo libro fatto di frammenti d’anima è un concentrato poetico ad altissima tensione”. Insomma è tutto così vero dentro quelle righe, che si emozionano tutti. Anche Bifo. Perché l’autrice non finge che sia bello anche se difficile, che la corsa per riuscire sia già di per sé una bella passeggiata. Non ci sono grandi imprese, frasi posticce o metafore su battaglie che hanno un senso sempre e comunque. Farcela, fare quello che si può, è una sofferenza e lo è per tutti. E Diacono ce lo dice con una semplicità così disarmante che vorremmo chiudere il libro, trovarla e nascondere la testa tra le sue braccia. Perché l’ultimo incubo di una generazione ostaggio dei social network è fingere che “sia una figata”. “Mi sento in una grande fase di positività…”, scrive. “Per questo, non vedo l’ora di arrivare alla fase in cui ho già deluso tutti e tutto”. Fa questo Alice Diacono, prenderci nei nostri momenti peggiori o migliori e dire che sì, capita. E può anche essere normale non avere la più pallida idea di cosa fare. “Dedicato a me che sono stata licenziata con un messaggio su Whatsapp dall’Universtà”, scrive da un’altra parte. E già da solo il verso varrebbe la rabbia del biglietto.

In quella massa di pensieri che è “Veniamo dal basso”, Diacono ci porta nelle sue sedute di autocoscienza che chiama “riunioni di condominio” con le sue varie personalità. E ci accompagna nella ricerca del senso di tante lotte. Che spesso sembrano solo portarci alla fine delle energie, e invece sono anche il senso del tutto. “Scrivere è un atto comunitario, una testimonianza”, dice. “L’accordo di non belligeranza con se stessi (anche detto FELICITA’ nel linguaggio comune e per le anime semplici) non passa attraverso l’intelletto, ma attraverso qualcos’altro che è sia profondamente individuale che profondamente collettivo”. Cioè: “Lo scontro si è frammentato e dislocato in tutti i corpi: non quelli che occupano le riserve indiane che sono i centri sociali, o peggio ancora i partiti politici, ma quelli che stanno lì dove sono tutti i nostri amici andati a Londra o Berlino per realizzare i loro progetti di vita e lavorano da Starbucks nel tempo libero”. La lotta “si è spostata soprattutto su internet”, ma non possiamo prescindere dal fatto che noi siamo fatti di un corpo. E se pensiamo che questo corpo sia solo un pesante, dispendioso e anche un po’ troppo molliccio device da trascinare in giro, non riusciremo a trovare il punto di contatto con gli altri esseri umani”.

Il libro ruota intorno ad impulsi, bisogni e necessità. Ci sono amare, viaggiare e respirare. E poi naturalmente il lavoro. “Il pakistano” è la poesia che Diacono “dedica al cuoco pakistano-bengalese ignoto, contemporaneo della tradizione culinaria italiana”. Ovvero tutti gli stranieri che ha conosciuto lavorando nelle cucine delle migliori trattorie bolognesi. Scrivere è l’altra grande necessità. “Scrivere è inutile, scrivere è inutile, scrivere è inutile”, è il ritornello che ci rovescia addosso Diacono. “Morirai come quei poeti che hanno vissuto in un manicomio e nessuno li ha mai letti da vivi”, dice a se stessa. E si immagina che la sua poesia finisca sul “Facebook del futuro”, uno strumento in grado di leggere i pensieri degli utenti con tanto di tasto che chiederà “accetti o non accetti”. E se non accetti “ti tolgono il riscaldamento”. E allora “si formerà il movimento dissidente e avanguardista dei congelati che si distingueranno per la loro radicalità” da “quella sempliciotta degli infreddoliti, moderati, evidentemente collusi col sistema”. Uno scenario così apocalittico che viene da chiedersi terrorizzati se si è un congelato o un infreddolito. Quindi, in un panorama del genere, come si fa a farcela? Alice Diacono ci regala una soluzione. “Ce l’ho fatta non perché sono forte, ma perché sono debole. Non perché ho resistito e non mi sono spezzata, ma perché mi sono spezzata in tanti punti e in tante piccole parti, decine, centinaia di volte e adesso sono flessibile. Adesso mi posso piegare e accogliere il nutrimento della pioggia nella mia anima che è di terra”.

*Il libro sarà presentato a Milano alla libreria Volume giovedì 13 febbraio alle 19.30

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