Gli immigrati afghani, bangladesi e pakistani in India da prima del 31 dicembre 2014 possono ottenere la cittadinanza indiana. Tutti, tranne quelli di religione musulmana. La Corte Suprema del Paese ha infatti rigettato, prima di sentire il governo, la richiesta di sospensione della nuova e contestata legge sulla cittadinanza (Citizen Amendment Act), approvata lo scorso dicembre, che garantisce la cittadinanza indiana agli immigrati da Afganistan, Bangladesh e Pakistan che appartengano alle comunità indù, cristiana, parsi, sikh, giainista e buddista, con l’esclusione, appunto, dei musulmani.

I tre giudici del collegio hanno inoltre deliberato che tutte le petizioni che contestano la legittimità della legge verranno esaminate da un Tribunale più ampio, composto da magistrati costituzionalisti. Decisione che rischia di scatenare nuove proteste nel Paese, come successo nei giorni seguenti all’approvazione in Parlamento, per una legge considerata discriminatoria nei confronti della popolazione musulmana.

Dal giorno della sua approvazione, un totale di 144 petizioni e ricorsi è stati presentati alla Corte Suprema da diversi gruppi e organizzazioni, mentre in tutto il Paese si è sviluppata un’ondata di proteste, con manifestazioni, sit-in a oltranza, fiaccolate notturne nelle città più grandi, che hanno visto come protagonisti, accanto alle comunità musulmane, studenti e cittadini comuni. Proprio ieri, il ministro agli Interni Amith Shah ha riconfermato la posizione del governo, ribadendo che, anche se le proteste dovessero continuare all’infinito, la legge non sarà ritirata per alcun motivo.

Il provvedimento prevede anche altre modifiche alle normative sulla cittadinanza. Sempre escludendo i musulmani, vieta l’arresto e il processo per i migranti entrati irregolarmente nel Paese.

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