Burkina Faso, la “terra degli uomini integri”, come volle chiamarsi all’epoca della sua indipendenza. Un paese a lungo immune o toccato solo marginalmente dai conflitti che investono l’area del Sahel, laico e multiconfessionale, con una lunga tradizione di convivenza pacifica tra le etnie e i gruppi religiosi presenti al suo interno. Un Paese accogliente, che ospita una vasta comunità internazionale, tra cui molti italiani, e molte organizzazioni impegnate in progetti di cooperazione allo sviluppo.

Questa descrizione, ancora sostanzialmente valida un anno fa, è oggi messa drammaticamente in discussione dall’aumento della violenza e delle violazioni dei diritti umani che hanno trasformato il Burkina Faso in un Paese in emergenza. Nel Global Humanitarian Overview, il documento di Ocha, che fissa i bisogni umanitari per il 2020, il Burkina Faso scala posizioni con una richiesta di fondi in crescita del 58%, una stima di 2,2 milioni di persone bisognose di aiuti e di 500mila sfollati, cinque volte in più dell’anno precedente.

“Contaminazione. La prima parola che mi viene in mente è questa – spiega Federica Biondi, Emergency Coordinator di Intersos, impegnata in questi mesi nell’avvio della nuova missione della nostra organizzazione in Burkina Faso – Contaminazione da parte di conflitti esterni che prima hanno sostenuto l’afflusso di rifugiati dai paesi vicini, in primis il Mali, e poi si sono estesi all’interno dei confini del Burkina Faso, esacerbando conflitti di potere e di leadership latenti. Un quadro che ha portato a un rapido deterioramento della situazione umanitaria e che ci ha spinto a intervenire”.

In collaborazione con Unhcr, Intersos ha avviato un progetto di protection monitoring (monitoraggio delle violazioni dei diritti umani e protezione delle vittime) nella regione del Nord, che nel primo semestre del 2020 sarà esteso alla regione della Boucle de Mouhoun e a quella dell’Est. Tra le persone assistite: rifugiati maliani che vivono all’esterno dei campi ufficiali, sfollati interni, comunità ospitanti, ex migranti Burkinabè in Mali a rischio di apolidia.

Molti i fattori che incidono sulla crescente instabilità del Burkina Faso: l’emergere di nuovi gruppi armati, dai contorni ancora parzialmente definiti, la durezza degli scontri in atto, il perdurante conflitto nelle aree limitrofe del Mali, il crescente attivismo di Isis nel Sahel, l’influsso del conflitto con il gruppo armato Boko Haram tra la Nigeria e il confinante Niger.

A pagarne le conseguenze, insieme alle persone costrette ad abbandonare le proprie case o, all’opposto, impossibilitate ad allontanarsi da situazioni di pericolo, sono i servizi fondamentali: scuole e strutture sanitarie. Il sistema educativo, preso di mira come simbolo di “occidentalizzazione”, ha pagato un prezzo altissimo: 1455 scuole hanno chiuso nel 2019, impedendo a oltre 200mila bambini di proseguire gli studi. Un’intera generazione a rischio di analfabetismo. Oltre 600mila sono, invece, le persone che hanno visto ridursi la possibilità di accedere ai servizi sanitari, con 57 strutture chiuse e 66 che lavorano al minimo della loro capacità.

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